Che Leonard Cohen fosse un grande poeta, lo sapevamo già. Che fosse un sublime cantautore, anche. Ma che fosse un romanziere, proprio io non lo sospettavo minimamente.
E invece, dopo aver letto “Il Gioco Preferito”, mi sono dovuta ricredere. Anche se a ben vedere, questo romanzo ha poco del romanzo e molto della canzone. Ed è proprio questa particolarità a conferirgli un aspetto insolito, quanto interessante.
Tanti piccoli frammenti compongono un puzzle che rimane quasi incompiuto, come la vita. Lampi sparsi di parole che inizialmente paiono confuse e confusionarie, poco chiare nella mente di chi legge, poiché confuso è il ricordo dei momenti passati dell’infanzia, si fanno via via più limpide e pungenti. Dalla purezza ingenua della culla alla putredine dell’adolescenza. Le prime 30 pagine, a metà strada tra il sogno e il vaneggio, rimangono in bilico, nell’indefinitezza tipica della memoria. Non chiudete il libro. Perché i lampi diventeranno tuoni nelle vostre orecchie e non ci sarà paraorecchie che tenga.
Poesia, letteratura, canzone, danno voce a diversi movimenti interni al racconto che si intrecciano quasi controvoglia: amore, guerra, paura, solitudine, antisemitismo. “I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è quello che succede quando la parola si fa carne”. In questa frase è racchiusa tutta l’essenza di una vita condensata in 150 pagine. 150 pagine che svelano momenti autobiografici di indiscussa poesia.
Scritto qualche anno prima del debutto di Cohen come cantautore, "Il gioco preferito" racconta gli anni delle scoperte adolescenziali e della prima giovinezza di Lawrence Breavman (alter ego di Cohen), unico figlio di un'antica famiglia ebrea di Montreal. Visto sotto questa prospettiva si può a tutti gli effetti definirlo un “romanzo di formazione”. Ma non è finita qui. Perché da un certo punto in poi, il libro cambia disegno.
Da romanzo di formazione muta in romanzo ideologico e di costruzione identitaria. La descrizione delle torture naziste, americane e russe che non fa sconti a nessuno; l’invettiva contro il lavoro sottopagato e contro le regole di una società incomprensibile; la scoperta dell’amore carnale; la scoperta dell’amore mentale; la scoperta dell’impossibilità di amare che sfocia nella scoperta della solitudine: tutte queste scoperte portano l’uomo Breavman a una sola consapevolezza, che è anche un paradosso. La solitudine non può essere sopportata senza certezza dell’amore, di un amore. Un amore schizofrenico, in lotta tra carne e mente, tra sesso ed empatia, tra lotta e comprensione. Nemmeno l’amicizia riscatta l’uomo dal profondo senso di solitudine e precarietà che costantemente minaccia la sua integrità, tanto che il protagonista si troverà a dover gridare, quasi sommessamente, senza più respiro, “ho paura di vivere in qualsiasi posto, se non nell’illusione”.
Voto: 8
Info libro:
Edito da Fazi 2002, 288 pagine






|