Menu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Loading

Seppellite il mio Cuore a Wounded Knee (D. Brown)

Un libro che racconta di stragi, di criminali, un libro che racconta la fine di un popolo.


La racconta attraverso la sua fierezza e la sua dignità “Ci fecero tante promesse, più di quante ne possa ricordare. Ma ne mantennero una sola. Promisero di prendere la nostra terra. E la presero.” Makphya Luta (Nuvola Rossa), Oglala Lakota All’inizio della seconda metà del secolo scorso il cinema, in prevalenza quello americano, sfornava a ripetizione film western. Questi film erano basati sempre sui soliti clichè: banditi, sceriffi, duelli a mezzogiorno, assalti a diligenze, rapine in banche. E la sanguinaria figura dell’indiano. Per circa un ventennio l’indiano è stato raffigurato dal più influente diffusore di stereotipi (il cinema) come una belva assassina, come l’appartenente alla peggior razza che il buon Dio abbia mai potuto creare per abitare su questa terra. Ma chi aveva avuto un’esperienza più diretta con gli indiani (gli stessi americani) sapevano che quello stereotipo era ben lontano dalla verità. Già nel 1951 il film “Tomahawk Scure di Guerra” (per la regia di George Sherman) inaugurò una corrente filo-indiana che avrebbe poi portato a film come “Piccolo Grande Uomo” (regia di Artur Penn) e “Soldato Blu” (regia di Ralph Nelson), entrambi del 1970, e il più recente “Balla coi Lupi” (Kevin Costner, 1990). Pur essendo film imperfetti, che nonostante le buone intenzioni, continuavano a non rispettare la figura dell’indiano (consegnando stavolta la figura di un indiano troppo buono e perfetto), questi film centrarono l’obbiettivo di far nascere nel popolo americano bianco una coscienza filo-indiana, una coscienza debole, fievole, ma che cominciò ad esistere. Probabilmente il principale esponente di questa nuova cultura filo-indiana è stato lo storico Dorris Alexander “Dee” Brown (1908-2002). Cresciuto a Little Rock (Arkansas), divenne ben presto amico dei Nativi americani. Dopo alcuni romanzi dedicati sia al popolo indiano quanto al West, nel 1970 pubblicò per la prima volta il suo capolavoro “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee” (”Bury my Heart at Wounded Knee“).

 

Nella stesura di questo libro Brown cercò di essere il più possibile imparziale, allo scopo di evitare la prevalenza del punto di vista ‘bianco’ o del punto di vista ‘rosso’, e cercando quasi disperatamente di dipingere il popolo indiano solo ed esclusivamente per quello che era. Attraverso una miriade di documenti legalmente riconosciuti e depositati negli archivi di stato americano, Brown si ‘limitò’ nel trascrivere fedelmente tutto ciò tramite uno stile di scrittura romanzata ma fedelissima. Il libro narra del trentennio che va dal 1860 al 1890, periodo definito ‘di conquista’ del West da parte dell’uomo bianco, un periodo che inizia con la Guerra di Seccessione (1861-1865) e che termina col Massacro di Wounded Knee (29 Dicembre 1890), l’ultimo scontro bellico fra gli indiani e l’esercito americano. Partendo dall’esodo dei Navaho di Manuelito, Brown tocca tutti gli episodi cruciali e non della storia degli indiani d’America non risparmiando nessuno dei raccapriccianti e sanguinosi particolari dei molteplici massacri inflitti al popolo rosso: terribile risulta la lettura del Massacro di Sand Creek compiuta dal colonnello John Chivington (di cui il nostrano Fabrizio De Andrè narrò nella famosa canzone “Fiume Sand Creek“). Con uno stile asciutto ma avvincente, Brown narra delle figure storiche degli Indiani e delle loro azioni: le guerre di Nuvola Rossa, le guerriglie apache di Kociss, la famosa battaglia delle Little Big Horn dove perse la vita il generale George Armstrong Custer (guerra combattuta da due degli indiani che più sono rimasti nell’immaginario collettivo come Toro Seduto e Cavallo Pazzo), le guerriglie del famoso Geronimo sino al tristissimo epilogo di Wounded Knee, introducendo ogni capitolo con brevi monologhi di capi indiani o di semplici guerrieri. Se da una parte è innegabile la caratterizzazione pessima (ma veritiera) che Brown da all’uomo bianco, dall’altra è alquanto innegabile la volontà di descrivere tutte le azioni degli indiani, sia quelle onorevoli che quelle disonorevoli. Massacri, assalti a diligenze e a pacifici coloni bianchi, Brown non risparmia niente. Ma nello stesso tempo riesce sempre a precisare (pur non dicendolo mai direttamente) che la causa di tutte queste scorrerie è da attribuire sempre e comunque all’uomo bianco e alla sua disumana prepotenza e arroganza: se l’indiano uccideva cinque uomini bianchi, l’uomo bianco massacrava un intero villaggio indiano.

Tutto il libro è condotto su questo binari assolutamente storici e riconosciuti. Colpisce la caratterizzazione di alcuni indiani e la narrazione di alcuni aneddoti, anche a loro modo ironici: Geronimo, famosissimo capo apache, dipinto come uno fra i più sanguinari degli indiani, qui viene descritto quasi come un ubriacone inconcludente. Del generale George Crook viene narrata la sua singolare parabola personale: da acerrimo nemico degli indiani (ruolo storicamente ereditato) a primo sostenitore della loro causa (quando purtroppo era già troppo tardi). Triste è l’aneddoto della nascita del famoso detto “L’unico indiano buono è un indiano morto” (motto creato da una delle figure storicamente più basse assieme a quella di Chivington, ovvero il generale Philip H. Sheridan), come divertente è l’aneddoto di quando un indiano in veste di traduttore dalla lingua indiana a quella inglese nel corso di una riunione, dà scherzosamente del “figlio di puttana” niente popò di meno che al generale Custer in persona, avendo sentito alcuni bianchi rivolgersi in quel modo ai propri cavalli. E sottili sono le conclusioni finali a cui Brown ci fa arrivare, in primis riguardo al massacro di Wounded Knee. Negli anni precedenti al massacro nacque fra gli indiani la Danza degli Spettri, la manifestazione di una religione fortemente influenzata dai missionari bianchi che ciclicamente il governo mandava per “cristianizzare” gli indiani e i loro costumi. Il leader religioso Wovoca dei Paiute profetizzava la venuta di Cristo, un Cristo stavolta dalla pelle rossa, che avrebbe liberato gli indiani dal crudele giogo della razza bianca, avrebbe fatto resuscitare tutti gli indiani morti nelle innumerevoli guerre e avrebbe definitivamente sterminato gli oppressori bianchi. L’esercito, spaventato dalle continue manifestazioni di questa danza, prese le proprie contromisure, arrivando a decretare la morte del più grande dei capi indiani, Toro Seduto, fino al massacro di trecento pacifici indiani nei pressi del torrente Wounded Knee. Ironia della sorte il cuore e le ossa del leggendario condottiero indiano Cavallo Pazzo vennero seppellite proprio nei pressi di Wounded Knee. Per trent’anni i bianchi hanno costretto gli indiani a usare i loro costumi e a fargli adottare la loro religione, e proprio quando questo stava tristemente avvenendo, i bianchi ne hanno avuto paura, e hanno decretato la fine del popolo indiano.

Questo saggio storico è un saggio che contiene pochi racconti di gesta eroiche, e non è un saggio nemmeno avvincente. Durante la lettura non si può non rimanere indignati, non si può provare vergogna per appartenere alla razza bianca. E’ un’odissea vera e propria, è il racconto di un genocidio, è un continuo urlo dolore, una palese critica alla razza bianca, inconsapevolmente uguale a quella razza ariana ipotizzata da Hitler. Purtroppo ancora oggi gli indiani d’America non hanno visto il loro ruolo storicamente rivalutato. Solo nel 1980 il governo americano risarcì con 100 milioni di dollari il popolo indiano per la perdita delle Black Hills (ma va ricordato che ogni miniera d’oro di quelle terre fruttò qualcosa come 500 milioni di dollari all’epoca). Loro stessi ormai hanno perso memoria di quello che furono. Il danno fatto alla loro cultura è incalcolabile (come è incalcolabile il danno materiale: a conti fatti, la strage degli Indiani d’America è di proporzioni ben più grandi rispetto alla Shoah ebrea, un paragone immorale ma veritiero). Ognuno di noi può arrivare a tutte le conclusioni che vuole. Me medesimo, modesto ragazzo che si appresta a diventare difficoltosamente adulto, sono arrivato alla più catastrofica e razzistica delle conclusioni: se c’è una razza che merita lo sterminio, quella è la razza bianca. Abbiamo dinanzi agli occhi secoli e secoli fatti di prepotenza, di sangue, di schiavitù, di guerre, di popoli oppressi e sterminati. Il popolo indiano fu l’unico che preferì estinguersi come i loro amati bisonti invece che piegarsi alla volontà dei dittatori bianchi. Adesso, all’inizio del terzo millennio, c’è la “corsa alla natura”. Da tutti gli angoli del mondo si grida allo scandalo, si grida ad una madre terra che piange, che sta lentamente morendo. Gli indiani hanno sempre rispettato questa madre terra, sin dalla più remota delle epoche, hanno cercato di preservarla disperatamente, ostinatamente, andando contro anche al più umano istinto di conservazione e sopravvivenza. Ci sarebbe bisogno del loro esempio adesso, o solo della loro presenza in questa epoca buia. Ma purtroppo così non è, e così non sarà mai più. Ci è rimasta solo la vergogna. E quella ci resterà. Fino a quando anche l’eternità non vedrà la sua fine.

Info Libro:

Edito da Mondadori, 1970