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Tim Buckley: "Happy Sad"

tim buckley Love from Tim Buckley's Room

Il commovente capolavoro dell’artista più dotato e più ingiustamente sottovalutato del rock, il “viaggiatore delle stelle”: Tim Buckley.

Nel 1967 Tim Buckley dava alle stampe per la Elektra (la stessa casa di produzione dei Doors) “Goodbye and Hello“, un album che verrà ricordato da molti come uno dei migliori album di songwriter degli anni ‘60, dopo un debutto ancora acerbo (”Tim Buckley” del 1966). Al suo interno vi è racchiusa una perla come “Phantasmagoria in Two“, giudicata all’unanimità come la più bella canzone d’amore di tutti i tempi. Ma nonostante l’album fosse di ottima fattura, si intravedeva ancora il cordone ombelicale che univa Tim Buckley a Bob Dylan (d’altronde era appena uscito il suo capolavoro, “Blonde on Blonde“, da cui miriadi di generazioni di musicisti prenderanno spunto), lo straripante talento del “viaggiatore delle stelle” si poteva solo (faticosamente) intravedere fra le (nonostante tutto) stupende canzoni di questo disco. Ma è nel 1968 con “Happy Sad” che Tim Buckley comincia a viaggiare, ad esplorare quei territori sconosciuti che lo porteranno all’apice della sperimentazione nell’album “Starsailor” del 1971, quest’ultimo disco riconosciuto da molti come il suo capolavoro. Penso avrete capito che con quest’ultima affermazione non sono d’accordo: la perfezione, nel campo in cui più gli si addiceva e che più gli era affine, ovvero il songwriter, Buckley (per me) l’ha raggiunta con “Happy Sad“, opera titanica ma allo stesso tempo leggera come una piuma, un piccolo universo che si affaccia su un oceano di malinconia. Piero Scaruffi reputa invece “Lorca” (uscito nel 1970) il miglior album del cantautore nato nel ‘47 a Washington, una scelta furba (e tipicamente alla Scaruffi, cioè “matematica”), in quanto “Lorca” è secondo il mio modesto parere l’esatta via di mezzo (sia stilistica che temporale) fra l’elegante e malinconico songwriter di “Happy Sad” e la sperimentazione che vagheggia fra psychedelic rock, free-jazz e pura avanguardia di “Starsailor“, i due termini di paragone buckleiani.

Con “Happy Sad” Tim Buckley dimostra di essere una spanna sopra tutti i cantautori del mondo (passati, presenti e futuri), anche sopra vossignoria Bob Dylan, almeno in ambito strettamente tecnico-musicale. Radunati alcuni fra i migliori musicisti del mondo, ovvero il chitarrista (e in quel periodo alcolizzato) Lee Underwood, autore della celebre frase: “Tim Buckley fu per la voce ciò che Jimi Henderix fu per la chitarra, John Coltrane per il sax e Cecil Taylor per il piano“, il vibrafonista jazz Dave Friedman e il contrabbassista Jim Miller, Tim Buckley si cimenta nella prima esplorazione jazz della sua carriera (in “Happy Sad” il jazz è cool, in “Starsailor” è free), usando stavolta la voce come vero e proprio strumento musicale principale dei suoi pezzi. Al suo fianco non c’era più il suo paroliere di fiducia Larry Beckett, così Buckley poteva dare ampio sfogo a tutta la sua potenza vocale con parole rallentate, dilatate, strettamente correlate alla tonalità (operazione simile, anche se molto più esasperata, farà anche Demetrio Stratos nei suoi album da solista), dando alla voce più risalto di quella dodici corde (opportunamente accordata a seconda della tonalità necessaria) che lui stesso suonava, o della chitarra di Lee Underwood. Le sei stupende tracce di “Happy Sad” non sono classici brani dalla struttura preimpostata come lo erano in “Goodbye and Hello“, non c’è ritornello o strofa concordante con la melodia, la scarna sezione ritmica si limita ad accompagnare magistralmente i veri e propri voli “vocali” di Buckley, intessendo un tappeto di musica dilatata, eterea e sognante. Nuova psichedelia per alcuni, eccellente folk per altri. Sta di fatto che le divagazioni jazz erano una palese scusa per liberare l’arte di Buckley.

La struttura non certo semplice di questi pezzi rende questa musica ostica ad un primo superficiale ascolto, causa questa del poco successo che Buckley ottenne in vita. Le reminescenze jazz sono già chiare con l’iniziale “Strange Feelin’ ” (7:49) il cui tema è stato visto dai più lungimiranti come una citazione a “All Blues” di Davis e Coltrane, in cui la dodici corde e il contrabbasso fanno da base seguita da “swingeggianti“ vibrafoni. Atmosfera rilassata ma allo stesso tempo caotica e concitata, dove le divagazioni quasi gospel della voce di Buckley fanno già intendere cosa è capace di fare il cantante. Con la movimentata “Buzzin’ Fly” (6:00) si è ancora in territori folk, si può ammirare qui la splendida tecnica di Underwood, un pezzo che reso più violento sarebbe facile catalogare come funk, la voce di Buckley che rispetta ancora faticosamente gli schemi vocali. Ma già con la monumetale, stupenda (e per chi scrive capolavoro assoluto) “Love from Room 109 at the Islander (on Pacific Coast Highway)” (10:47) che Buckley fa capire di quale potenza evocativa e sublime sia capace la sua musica. Questa oltre ad essere una suite articolata in più momenti, è anche una stupenda sperimentazione sulle implicazioni emotive che la musica può regalare, la motivazione primitiva di ogni schiavo delle sette note. Stupenda e inarrivabile, ascoltando questo capolavoro sembra veramente di trovarsi sugli scogli, di notte, con la fievole luce lunare che rischiara il nero oceano.

Qui Buckley arriva alla perfezione emotiva e malinconica tradotta in musica, un miscuglio di tristi suoni che ci culla nella notte, e ci fa sognare. Ormai Buckley ha pieno possesso delle potenzialità della sua voce, e invece che esasperarla (come farà in “Starsailor“), lascia che sia lei la protagonista assoluta, liberamente schiava dell’atmosfera surreale e onirica del brano. Sulla stessa strada viaggia anche l’altrettanto stupenda “Dream Letter” (5:10), dedicata, sembra, a suo figlio Jeff Buckley (assieme a “Song to the Siren“), un brano dove la voce è volutamente dilatata fino ad una sublime cacofonia, un inizio da brividi, debole ma che penetra nell’animo con una violenza inaudita, per poi passare ad una commovente preghiera (”Oh please, listen darling“), momento fulcro del brano, di un lascito emotivo indescrivibile. Buckley disse: “l’unico momento creativo è il caos“. Da questa affermazione si può facilmente capire la natura di “Gipsy Woman“, la suite più lunga dell’album (12:19), dove le influenze della musica orientale e africana cominciano a farsi sentire prepotentemente. “Gipsy Woman” è puro delirio tramutato in musica, ha lo stesso impatto emotivo di un rapporto sessuale devastante, una progressione di orgasmi perfetta, dalla carica erotica surreale, pura psichedelia senza freni, incontrollata, è difficile cogliere il ritmo di questa capolavoro che fa però del ritmo la sua colonna portante, ed è Buckley con la sua voce a volte suadente a volte fuori controllo a portare questo ritmo, grida e sussuri la dominano, in un contesto jazz la sua voce sarebbe l’equivalente di un sassofono, o ad una tromba. Irripetibile. Dai rimasugli di “Gipsy Woman” nasce il piccolo gioiello “Sing a Song for you“, la canzone più breve dell’album (solo 2:36), un brano che visto superficialmente potrebbe sembrare un classico riempitivo, ma invece è la dimostrazione del talento puro e cristallino di Buckley di domare la sua arte, di piegarla ora a sperimentazioni di una eleganza infinita ora ad un songwriter sentito e malinconico, carico di tenerezza e dolcezza. Tim Buckley fu probabilmente il più grande artista della musica rock. Mentre altri ‘corrompevano’ la loro musica con altre tematiche come la politica, Buckley rimaneva sempre fedele alla purezza della sua arte. Musica sofferta, permeata di quel malessere esistenziale cosmico che tanti capolavori ci ha regalato, ma dalla sua musica si può estrapolare anche il concetto primitivo di arte.

Come fu per Frank Zappa, la musica di Tim Buckley era tipicamente sperimentale, una sperimentazione involontaria che neanche lui stesso sapeva quanto fosse estrema, una sperimentazione che poteva arrivare ad avere riscontro nel rock, nel jazz e anche nella musica classica. Dopo il trittico di capolavori (”Happy Sad“, “Lorca” e “Starsailor“, passando per l’apprezzabile “Blue Afternoon” del 1969) Buckley gettò la spugna. I suoi album vendevano pochissimo, cosicchè lo costrinsero a ripiegare per i successivi tre album verso un folk rock lascivo e ridondante di banale eroticità, dove il cantante ripiegò su un soul a volte funk a volte insensato, un gigantesco passo indietro rispetto ai suoi precendenti album, una regressione spiegabile solo con la generale incomprensione che la sua musica riscontrava all’epoca. La morte di Tim Buckley avvenne nell’estate del 1975, all’età di 28 anni, per un’overdose di eroina. Ancora oggi la sua arte non ha ricevuto l’attenzione che meriterebbe (cosa succesa invece a Nick Drake), e rimane in assoluto l’artista di maggior talento del rock e contemporaneamente il più trascurato. “Happy Sad” è solo una delle tante vette della sua carriera, costellata di sfortuna sino al tragico epilogo. Provate ad ascoltare i suoi album, ragazzi: inizierete un viaggio da cui sarà difficile tornare indietro.

Voto: 9,5

 

Info:

Elektra, 1968

Songwriter, Psichedelia

 

Tracklist:

01. Strange Feelin'

02. Buzzin' Fly

03. Love from Room 109 at the Islander (On Pacific Coast Highway)

04. Dream Letter

05. Gypsy Woman

06. Sing a Song for you