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Dylan Dog n. 280: "Mater Morbi"

 

Mater Morbi

Mater Morbi - Mater Morbi
Si dice che in campo letterario le migliori opere siano state ideate e scritte grazie soprattutto al malessere interiore dell’autore. Basti pensare alle pene d’amore di Giacomo Leopardi per fare un esempio nobile, in campo musicale potremo tranquillamente citare le turbe psichiche di Ian Curtis (aggravate dalla sua malattia, l’epilessia) o al malessere esistenziale di Rino Gaetano.

La sofferenza in definitiva è una compagna fedele dei grandi autori, un’amica bastarda, che li tortura, ma li mette anche in condizione di poter creare veri e propri capolavori in alcuni casi, delle opere “di stomaco”, in cui è palese la partecipazione emotiva (e biografica) dell’autore.

Roberto Recchioni è alla sua seconda opera con Dylan Dog, dopo il n. 268, “Il Modulo A38” (per i disegni di Bruno Brindisi), un esordio non propriamente riuscito, dalla trama coinvolgente ma dallo svolgimento freddo. Il RRobe (il nickname con cui Recchioni è attivissimo su internet) è visto da più parti come il salvatore della patria, colui che potrebbe far tornare la collana di Dylan Dog ai fasti di un tempo, dopo gli ultimi deludenti anni. Oltretutto John Doe, la collana di cui Recchioni è coautore, ha bruscamente chiuso da pochi mesi, e ciò gli potrà permettere (a malincuore) di dedicarsi sempre più all'Indagatore di Craven Road (si vocifera anche di una sua partecipazione a Dampyr).

Mater Morbi” è un albo fra i più attesi in assoluto nella storia di Dylan Dog: una simile attesa forse la si è vissuta solo col n. 100, e non solo per la fama di “storia maledetta” che si era creata sin dal principio per le indiscrezioni che pian piano si potevano leggere sulla rete, ma anche perché a disegnare questo episodio sarebbe stato Massimo Carnevale, uno dei più limpidi talenti del fumetto italiano attuale, copertinista del fu John Doe (in cui ha dimostrato più di una volta la sua bravura come ritrattista). Molti infatti lo conoscevano solo come copertinista, e la curiosità di vederlo all’opera come disegnatore era alta. Un anno fa esce addirittura un trailer a tutti gi effetti di quest’albo, con una colonna sonora da brividi, il famoso pezzo di Clint Mansell utilizzato per la colonna sonora di “Requiem for a Dream” (un film abbastanza simile a questo albo in quanto a drammaticità).

La Madre di tutte le Malattie

Di norma un albo tanto atteso puntualmente delude la maggior parte delle aspettative. Stavolta per fortuna non è così. Sulla rete ormai sono in tanti a giudicare “Mater Morbi” come una delle migliori storie di Dylan Dog in assoluto, il termine capolavoro usato decine di volte, lettori sentitamente commossi per le vicende di Dylan, vicende che hanno per protagonista però Roberto Recchioni. In riferimento a questo albo, il giovane autore si è definito una “puttana” (vedi QUI), in quanto senza scrupoli è riuscito a scrivere una storia sul suo dolore, un dolore non solo interiore, ma anche fisico. Senza voler entrare nella sfera personale dell’autore, Recchioni ha vissuto a quanto pare una vita travagliata, fatta di tanti ricoveri, di tante sofferenze, una vita da “diversamente sano” (come viene definito nella rubrica dell’albo).

Una storia scritta con lo stomaco, un crampo al cervello, una continua agonia, tavola dopo tavola è impossibile rimanere indifferenti ad una sofferenza che più genuina e sentita non si può, una albo fatto di carne viva e sanguinante. Personalmente analizzare questo albo in base a fredde nozioni su sceneggiatura e soggetto lo reputiamo abbastanza ingeneroso, se non fuori luogo: “Mater Morbi” non vive di talento dell’autore, ma vive di vita dell’autore (una cosa forse ben più difficile da ottenere), vive di dolore.

La scelta sicuramente originale di identificare graficamente "Mater Morbi", la Madre Malattia, con una (come si suol dire) “gnocca da paura” è discutibile ma allo stesso tempo azzeccata se si vede la cosa da certi punti di vista: immaginarsi una madre malattia vecchia, lasciva, orrenda, era cosa troppo facile. Ambientare la storia in due ospedali differenti, uno lindo e pulito, l’altro sporco, marcio (in un passaggio che in un primo momento appare come uno dei "soliti" incubi), con ingorde infermiere e medici confusionari, dà sostanza ad una narrazione che altrimenti sarebbe parsa troppo eterea e visionaria, arrivando ad eludere il dolore fisico della malattia. La figura del bambino Vincent va a simboleggiare tutte le vittime di Mater Morbi che non hanno avuto la stessa fortuna che ha avuto Dylan Dog in questa storia.

Un soggetto/non soggetto accompagnato da una sceneggiatura/non sceneggiatura non perfette, ma sentite e veritiere: i soliti vezzi citazionismi di Recchioni qui sono ridotti ai minimi termini, (fa capolino un Hal 9000 e c'è anche una citazione involontaria a Neil Young) lo svolgimento della trama è allo stesso tempo prevedibile e imprevedibile: a fine lettura si ha la sensazione di aver letto una storia con tutti i tasselli al posto giusto, ma è durante la lettura che non si ha la benché minima certezza di ciò che si sta leggendo. Una storia a metà strada fra avventura e allucinazione.

Da sottolineare come l'albo tratti pesantemente di eutanasia e autodeterminazione: a chi crede che questo albo sia una sorta di risposta ai recenti casi di cronaca (il caso Englaro fra tutti) ha già risposto Recchioni nel suo blog, ma fa rimanere sorpresi che in Bonelli si tratti così esplicitamente un tema di scottante attualità come questo, una fattore che ricorda forse più di ogni altra cosa il Dylan Dog dei tempi d'oro.

I difetti ci sono, è inutile nascondersi dietro a un dito: l’epilogo della pseudo trama è banalizzato da una semplicità e immediatezza abbastanza fuori luogo, vedere Dylan che copula con una sofferente Mater Morbi rovina la vivida angoscia della storia e rimanda ai soliti cliché dylaniati, e la sicurezza con cui Recchioni afferma che la malattia è sempre stata snobbata dai grandi letterati è abbastanza fuori luogo e pecca di supponenza (come è stato fatto notare QUI).

Ma ribadisco che poche volte capita di leggere un albo in cui i difetti non possono assolutamente compromettere la grandezza del prodotto. “Mater Morbi” non va letto come un evolversi di eventi, ma come un viaggio in uno dei più grandi orrori dell’umanità, la malattia. Ed è un albo scritto col cuore, non col cervello.

Dalle Copertine alle Vignette

A tradurre "Mater Morbi" in disegno c’è Massimo Carnevale, che offre una prova sontuosa, spettrale, sentita, d’atmosfera morbosa, in poche parole quello di Carnevale è un gran lavoro. Da delle vignette (e men che meno dalla rigida griglia bonelliana) non si può certo pretendere la grandezza e la bellezza delle cover di John Doe, ma Carnevale riesce a tradurre in disegno quanto la storia voleva fare intendere: è questo uno dei pochi casi in cui la sinergia fra storia e disegni è semplicemente perfetta. Sembra che la storia sia stata scritta apposta per Carnevale, e sembra che Carnevale sia nato per disegnare questa storia. Gli ammiccamenti a grandi del fumetto ci sono (uno su tutti Carlo Ambrosini) ma il tratto nervoso, incostante, consumato di Carnevale riesce a dipingere un Dylan Dog dalla faccia emancipata, sofferente, quasi psicologicamente instabile.

Le caratterizzazioni dei personaggi sono davvero riuscite, una su tutti Mater Morbi stessa, dalla carica erotica forse anche troppo pronunciata, ma una sensualità che sa di tristezza latente, spesso la “regia” indugia sugli occhi tristi ma provocanti di una Mater Morbi che rimarrà sicuramente nella storia Dylan Dog come uno degli Incubi peggiori dell’Indagatore del medesimo. Non convincono appieno alcuni primi piani, specialmente di Dylan Dog, e la prima parte della storia presenta inquadrature abbastanza canoniche, che imprigionano la bravura del Carnevale ristrattista, che si intravede appena appena nelle stupende vignette acquerellate dedicate ai flashback.

Botti di fine Anno

La copertina di Angelo Stano è perfettamente in linea con la storia narrata, riproducendo una precisa vignetta dell'albo in questione.

Dopo lo stupendo Gigante di inizio Novembre e l'inconsueto ma affascinante numero precedente ("Il Giardino delle Illusioni" di Paola Barbato & Marco Soldi) Dylan Dog sembra rivivere (finalmente) una seconda giovinezza, un fine 2009 che meglio non poteva andare. Troppi anni sono passati da albi di questo calibro, anni in cui hanno trovato spazio storie insulse, patetici evolversi di avvenimenti cadenzati esclusivamente dalla banalità. A livello di soggetto, sceneggiatura e disegni quest'albo è sicuramente riuscito, ma è ben altro ciò che lo fa diventare uno dei migliori albi degli ultimi anni: il merito di "Mater Morbi" è quello di non essere una storia banale, di non voler a tutti i costi fare della poetica e delle riflessioni etiche e moraliste su questo o quel concetto, di esser scritto col cuore, un cuore colmo di sangue.

A Dylan Dog auguriamo speranzosi che possa continuare così.

A Roberto Recchioni auguriamo altre cento di queste storie e un sentito in bocca al lupo.


Soggetto: 7,5

Sceneggiatura: 8

Disegni: 8

Globale: 8



Info:

MATER MORBI

Soggetto e Sceneggiatura: Roberto Recchioni

Disegni: Massimo Carnevale

Copertina: Angelo Stano

Editore: Sergio Bonelli

Serie Mensile n. 280

Gennaio 2010