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Maus (Art Spiegelman)

  • Scritto da MarKeno

Maus copertina

Maus copertina - Maus copertina
Art Spiegelman intesse la più toccante e riuscita metafora dell’olocausto, che trova nei fumetti il medium ideale per sfogarsi in tutta la sua terrificante eredità. Ricordare cosa, ricordare come?

Il 27 gennaio 1945 l’armata russa entrò ad Auschwitz e liberò i pochi superstiti ai forni. Il mondo a quel punto dovette accettare la verità storica, fu costretto a non voltare più il capo. Perché dinnanzi a tanta incomprensibile atrocità, sarebbe stato certamente più semplice e indolore fingere di dimenticare. Ma, come scrisse Primo Levi, “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Bisogna sapere, andare a fondo, nonostante l’orrore. Ma come, come fare per apprendere e serbare un tale fardello, a più di sessant’anni dalla sua realtà storica? Più tempo passa e meno testimoni restano. Più generazioni nascono e meno nitidi rimangono i ricordi. Il tempo tende a far sembrare tutto datato, troppo distante per essere importante, quasi irreale. E i documentari, i servizi di tre minuti ai tg, le parole spesso vacue dei capi di stato non bastano più.

Nella dittatura dell’immagine, le parole semplici si fanno vuote. Nel regno dell’intrattenimento insulso, la pesantezza della verità rischia di essere intollerabile. E allora occorrono nuovi mezzi, idee, spunti. Risorse diverse, più attuali, più complete per parlare e per mostrare.

Art Spiegelman questo lo aveva capito alla perfezione quando, nel 1973 cominciò a lavorare a “Maus”, progetto che lo impegnò assiduamente per quasi vent’anni. Il risultato finito, oggi, è forse la graphic novel più importante del panorama internazionale.

Squittio, non brusio.

Maus” si colloca a pieno diritto tra le più sentite testimonianze degli orrori nazisti e delle persecuzioni agli ebrei. Ma nel marasma di testi e saggi, articoli e romanzi, tutti spesso troppo simili, riesce a spiccare, ad emergere. Ci riesce perché trova una chiave di lettura eccelsa, un approccio storico di un’intelligenza sconfinata. Percorre quel periodo terribile vignetta dopo vignetta, ricorrendo a un medium, il fumetto, spesso considerato semplice accozzaglia di scarabocchi per bambini. Spiegelman, autore unico d’eccellenza, sceglie di ricorrere ad una strategia comunicativa insolita, spiazzante. Trattare la tragedia più devastante della storia moderna con un mezzo di comunicazione che compete di solito a storie leggere e fanciullesche è qualcosa di paradossale, di potente. Qualcosa di geniale.

E lo stesso genio si specchia anche nella metafora struggente, omnicomprensiva, che attraversa tutto il racconto. Non vengono mostrati uomini. Mai. Ogni individuo è raffigurato come un animale antropomorfo, appartenente a una razza che lo colloca immediatamente da una parte o dall’altra della barricata. Così gli ebrei sono topi, maus, appunto, mentre i nazisti sono gatti. Ancora una volta, la semplicità della traduzione è talmente paradossale, da risultare esemplare. Nessun umano appare, forse perché di umano c’era davvero poco in quei giorni, sia nei corpi emaciati che bruciavano nei forni, sia in coloro che glieli gettavano. O forse, più semplicemente, perché ci si sentiva davvero così, appartenenti ad un’unica “razza”, cacciata, braccata, distrutta da quella che si considerava una razza diversa, più forte, più degna. Il gatto e il topo, appunto.

E la metafora, una volta sbocciata, non si ferma a questo, va oltre. Così gli americani vengono impersonati da cani, i polacchi spioni filo-nazisti da maiali, e così via. E l’Europa diventa uno zoo, un serraglio dove covano cinismo e indifferenza, dolore e crudeltà; sentimenti che trovano nella matita di Spiegelman una rappresentazione intensa, antropomorfa, orwelliana.

Topi di Ieri e Topi di Oggi.

La Storia, quella con la “S” maiuscola, troppe volte e fatta o di nomi illustri, o di masse senza nome. Una simile de-personalizzazione è inevitabile quando si vuole descrivere un periodo, elencando i fatti che lo hanno contraddistinto. Ma l’olocausto è qualcosa che va ben oltre le date su di un sussidiario. L’umanità non si crea e non si distrugge a livello generale. Sei milioni di ebrei sterminati nei campi non sono un numero. Sono sei milioni di individui cancellati. Solo pensando ad essi come persone, soggetti distinti, si può tentare di conoscere i fatti. Altrimenti la Storia diventa quell’asettica, aliena lista di cose successe, tanto lontane dunque poco importanti.

Spiegelman capisce anche questo. O forse non ci pensa nemmeno, poiché l’unico modo in cui riesce a concepire la storia di sei milioni di uomini è la storia di un uomo. Suo padre, per l’esattezza, Vladek Spiegelman, uno dei tanti ebrei polacchi che deve affrontare il nazismo. E’ attraverso i suoi occhi da topo che assistiamo allo scorrere della vicenda, sempre in bilico tra due piani temporali ed esistenziali differenti.

La graphic novel, infatti, percorre costantemente la sua stessa creazione, toccando vette di metafumetto. Assistiamo così ai continui dialoghi tra padre e figlio, quest’ultimo intento a prendere appunti, registrare, raccogliere materiale per la sua storia. E dalle conversazioni trapela il rapporto complicato che lega i due. Come si vive da sopravvissuto? E come si vive da figlio di un sopravvissuto? Può l’assenza della madre, scomparsa quando Art era giovanissimo, pesare su di essi quanto l’olocausto stesso? Cominciamo a scoprire tutto ciò, tra risa e commozione, mentre le immagini terribili del passato del giovane Vladek si susseguono a quelle del presente, che lo vede in veste di anziano narratore.

Risa e commozione, dicevamo. L’umorismo di “Maus” è credibile, concreto. Nasce dalle peripezie del quotidiano, dagli screzi tra un padre tirchio, burbero, furbetto e suo figlio, che pende dalle sue labbra ma, allo stesso tempo, non riesce a comprendere i motivi di tanti atteggiamenti, in cui, forse, è tuttora presente lo spettro dei campi.

Quanto alla pena e alla commozione, esse scaturiscono dagli scorci del passato, dalle notizie narrate nell’accento esteuropeo del topino Vladek, che si concreta in parole dense, in linguaggio vero, credibile. Sì, perché questi roditori indaffarati a comporre i pezzi delle loro esistenze sono, incredibilmente, tanto realistici da consentire un’immedesimazione totale. E’ sempre parte di quel globale paradosso che Spiegelman cavalca con maestria. “Quando due di questi topolini parlano d’amore, ci si commuove, quando soffrono, si piange”, commenta a tale proposito Umberto Eco, dichiarato ammiratore dell’opera. Fossero stati uomini, e non topi, il realismo sarebbe calato. Pare un controsenso, ma è la pura realtà.

Pagine che sanguinano Storia.

L’opera si compone di due parti principali. La prima, dall’evocativo titolo di Mio padre sanguina storia, mostra i primi passi dell’interazione dialogica di Art e Vladek. Il racconto del padre si dipana partendo dalla sua giovinezza in Polonia, prima dell’arrivo della guerra. Vladek è un giovanotto di bell’aspetto, intento a godersi la vita, con un occhio di riguardo per propria stabilità futura. In nome di tale proposito sposa Anja, ragazza di buona famiglia, ignaro che quella stessa stabilità sarebbe crollata di lì a poco, con lo scoppio del conflitto. La vita di Vladek e Anja diventa così un continuo tira e molla, fatto di espedienti, rischi, fughe e nascondigli. Uno strazio quotidiano, sì, ma ancora accettabile. Ancora umano. Almeno, fino alla cattura e alla deportazione.

Con E qui sono cominciati i miei guai, seconda e ultima sezione dell’opera, si inaugura il periodo peggiore di Vladek e Anja, quello trascorso ad Auschwitz, anzi, Mauschwitz. Quello in cui ci si arrabatta con un unico scopo: sopravvivere. Quello in cui conta solo farcela, con ogni mezzo, calpestando chiunque, anche un amico, per qualche goccia d’acqua. E’ il dramma assoluto, la disumanizzazione che trova il suo compimento.

Anche la graphic novel si fa più vischiosa, potente, personale. Quasi diventasse autobiografia prima, e testamento poi. Quasi che il rapporto difficile, a volte estenuante, tra padre e figlio, trovasse nelle pagine inchiostrate un senso più profondo, più manifesto delle parole spesso taciute e dei pensieri mai formulati a voce alta.

Per dare forma a tanto, occorrevano disegni speciali. Non affreschi sontuosi, non illustrazioni pulite, non esagerazioni grafiche. Ogni storia richiede un linguaggio. Ogni senso trova sfogo in uno stile. Quelli di Spiegelman sono bruschi, scarni, graffianti. Nel bianco e nero (più nero che bianco in verità) di “Maus”, topi e gatti sono lontani anni luce dal buonismo antropomorfico di Walt Disney, o ai tratti violenti quanto surreali del fumetto supereroistico. Il disegno dell’autore trova un suo spazio, ritaglia una sua espressività, perfettamente conforme ai toni e al significato del racconto, sia nelle suggestioni personali, che in quelle storiche. La drammaticità dei corpi è immensa, l’espressività che poche linee di un muso da roditore possono esprimere è sorprendente. Fotografie, mappe, spezzoni di fumetti nel fumetto si miscelano agli inchiostri duri, essenziali, a volte angosciati persino, creando una dimensione ulteriore, possente. Una dimensione circoscritta all’opera stessa, eppure vasta, intensa, capace di catturare, convincere ed emozionare. Capace di mostrare come l’abilità e l’abbondanza di cose da narrare siano uno sprono sufficiente per favorire ed esplorare forme d’arte diverse, efficaci, che riescano nell’impresa di fare, se non comprendere, conoscere.


Soggetto: 9,5

Sceneggiatura: 8,5

Disegni: 7,5


Tre virtù:

- Un’esperienza intensa, con il dramma totale dell’olocausto che si sposa alle vicende personali di chi l’ha vissuto e di chi lo vive di riflesso.

- Un’opera completa, potente, di grandissimo impatto.

- Fumetto e tematiche storico-sociali possono trovare un punto di incontro: “Maus” ne è la prova.


Tre difetti:

- I disegni, per quanto perfetti per la dimensione dell’opera, possono risultare inadatti a qualche palato.

- Inutile leggere questa graphic novel per rilassarsi o distrarsi un poco (…siamo certi sia un difetto?)

- Se avete amato “La Vita è Bella” di Benigni, dopo “Maus” dovrete ricredervi, almeno un poco.

 

Info:

MAUS

Titolo originale "Maus: A Survivor's Tale"

Soggeto, Sceneggiatura e Disegni: Art Spiegelman

Editore: Rizzoli, Einaudi