Molte volte del cinema si è provato a parlare di baseball (qui la classifica), mettendo tutte le energie per mostrare muscoli, mazze e sudore. Moneyball inverte la prospettiva, portandoci nell'universo del baseball basato solo su contanti, giocatori utilizzati come pedine prezzate a cinque zeri e agonismo ridotti a cifre da anelare per rapportare punti ottenuti a investimenti monetari fatti a inizio stagione.
Brad Pitt in questa partita di baseball finanziario interpreta Billy Beane, il general manager degli Oakland Athletics, determinato a introdurre, con non poche avversioni, un sistema fatto di cifre, statistiche e matematica per costruire una squadra perfetta (a partire da quattro scalzacani senza speranza). Il suo aiutante è Peter Brand (Jonah Hill), giovane laureato a Yale e asso con i numeri.
La storia vera dalla quale è tratto il film, basato sul libro "Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game" di Michael Lewis, è senza alcun dubbio molto affascinante e avvincente, ma vorrei approfondire maggiormente un altro versante, alquanto inquietante, ma molto più importante rispetto allo spirito combattivo di Beane.
La sfida di una squadra con pochi mezzi monetari si declina, infatti, in un becero universo dove è normale scambiare giocatori al telefono come figurine, dove le partite scompaiono per far posto alle trame tra i dirigenti, dove lo sport diventa sottofondo quasi impercettibile in un chiasso fastidioso fatto di contrattazioni d'azzardo, valutazioni tecnico-borsistiche e sequele interminabili di scontri di potere e fantasmi di un passato glorioso che torna quasi a maledire il misero stato di cose in cui si è ridotto lo sport.
"L'arte di vincere" mette al centro un sistema perfetto nella sua corruzione morale, destinato a non cambiare mai, a perpetuarsi nella sua insana impeccabilità commerciale, ad autoalimentarsi con compensi scritti su bigliettini passati su tavoli in mogano, con ritmi pazzeschi per alimentare la folle frenesia agonistica e con meriti sportivi valutabili solo in base ai risultati raggiunti e non in base alla passione che si sprigiona.
Un'azienda da gioco in cui anche gli ultimi scampoli d'azzardo, quel fiuto che i vecchi “scout” utilizzavano per selezionare i giocatori, vengono annullati dallo schermo di un computer. In questo scenario indicativa è la scomparsa sullo schermo dei tifosi, dei giocatori (vediamo solo operai sportivi che vanno a riscuotere compensi o a subire licenziamenti) e tutto quel mondo che eravamo abituati a vedere sullo schermo, tra le strade o negli spogliatoi.
Il dramma, però, è che il regista Bennett Miller sceglie di non distribuire le colpe di questo stato di cose. Disegna uno scenario disarmante, ma soprassiede su troppi aspetti. Sembra uno scenario emerso quasi per caso, parla di queste dinamiche in modo deciso nella sostanza, ma fugace nella forma, arrivando quasi ad osannare lo spirito rivoluzionario di Mr. Beane, protagonista anch'esso di questo impoverimento morale. Insomma, il contesto è mortificante, ma le lacrime e gli slanci emotivi del protagonista dovrebbero convincerci della bontà di determinati comportamenti.
Moneyball è un film da guardare per capire lo sport del 2000. Ma la visione deve essere accompagnata da fermo e attento spirito critico, per non cadere nella sempre più consueta tentazione di accettare come normale una determinata condizione, lodando così il più pulito tra gli sporchi, anch'esso però infetto da lebbra morale.
Moneyball è un modo di vedere lo sport sotto un'altra angolatura, decisamente attuale e malinconicamente realista.
Voto: 7
Info Film:
regia di Bennett Miller USA 2011 Con Brad Pitt, Jonah Hill, Robin Wright Penn, Philip Seymour Hoffman, Chris Pratt Titolo originale Moneyball durata 126 min Drammatico






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