
A SERIOUS MAN
USA 2009
regia di Joel & Ethan Coen
con Michael Stuhlbarg, Richard Kind,
Aaron Wolf
durata: 104 min
Drammatico
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La non Storia di un Uomo che dovrebbe bestemmiare di più
by Thomasmann
All’interno del cinema americano esiste ormai da tempo un filone di film, un genere a sé stante, che si rifà all’umorismo di matrice ebraica, yiddish, e che ha ovviamente Woody Allen come suo massimo esponente. Molto spesso i protagonisti di questi film sono piccoli uomini alle prese con le sfighe della vita che cercano nelle pagine della Torah le parole e gli aiuti di fede per tirare avanti. Il nuovo film dei fratelli Coen (che da qualche tempo non si dividono più i compiti come un tempo, Joel alla regia, Ethan alla produzione e sceneggiatura a quattro mani, ma fanno tutto, ma proprio tutto insieme) estremizza, come al solito loro, la situazione, portando anche elementi autobiografici nella trama del film. Che poi in realtà è un film senza trama.
1967. Larry è un professore di fisica di un’università del Midwest americano cui ne succedono di tutti i colori e la cui vita va a puttane senza che lui possa farci niente: la moglie lo lascia per un altro e lo manda via di casa, il fratello psicotico è arrestato per un giro di gioco d’azzardo illegale, il figlio minore gli frega i soldi per comprarsi erba e ordinare dischi rock per corrispondenza, la figlia vuole rifarsi il naso, e uno studente lo corrompe per migliorare i voti salvo poi minacciarlo di diffamazione.

Lui cerca conforto nella fede, ma anche i consigli dei rabbini non sortiscono l’effetto sperato.
Tutto questo delirio però è raccontato attraverso una serie di episodi, scenette, sequenze oniriche o drogate, vignette senza un filo logico tra loro, apparentemente scollegate (così come il prologo in un altro spazio/tempo) che assomigliano più ad un film di Fantozzi e come per il ragioner Ugo la sala ride quando bisognerebbe piangere.
E quando finalmente qualcosa sta per succedere, per davvero, quando sta arrivando la svolta nella trama, i risultati degli esami medici e un tornado all’orizzonte, il film finisce. Bum, titoli di coda.
È certo come non sia cosa facile per i non ebrei comprendere a fondo l’umorismo ebraico, ed è cosa altrettanto certa che i Coen siano ultimamente sopravvalutati da pubblico e critica. "A Serious Man" è la conferma di queste due banali affermazioni. Questo film è il modo dei Coen stessi di confermare la seconda: dopo un Oscar meritato al cento per cento e dopo una commedia nera piena di star ("Burn After Reading"), prendono i giro un po’ tutti con film senza un interprete famoso, pieno di intermezzi senza senso (Larry e gli incontri coi vicini), discontinuo e altalenante sia nelle scelte di regia, sia in quelle di contorno (la musica su tutto, con Jimi Hendrix e Jefferson Airplane insieme a canti religiosi), che alla fine lascia a bocca asciutta, ma non certo per il troppo ridere.
Voto: 5,5
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A Prova di Sfiga
by Orasputin
Quella che pervade l’ultimo film dei fratelli Coen è una comicità triste, sulle tracce di una pellicola vintage a scorrimento lento. Larry Gopnik, ebreo, è un tranquillo professore di fisica che accumula quintali di sfortuna. Prende schiaffi morali su tutti i fronti, a cominciare da una famiglia che difficilmente lo segue: suo figlio fuma spinelli, sua moglie vuole divorziare per cacciarlo di casa, suo fratello è una presenza fissa e imprevedibile in casa. Col carisma che stenta, ecco che l’unico scopo di una vita insipida si rivela quello di trascorrere una quotidianità tranquilla, lontano da tentazioni e scatti di umore. Per diventare l’uomo serio del titolo, e naturalmente sotto consiglio di altra gente, Larry si affiderà a tre rabbini, figure instabili dalla forte caratterizzazione comica, perfettamente immerse nello stile dei fratelli di Minneapolis.

Il film, sorretto da un’ottima colonna sonora e costumi anni sessanta, esprime
i suoi punti deboli in una trama dal flusso altalenante. L’incedere è un continuo balbettar, non vi è crescendo o progressione di ritmo. Si può dire la stessa cosa di "Non è un Paese per Vecchi", ma se nel caso del premio oscar le riflessioni a caldo hanno come succo un ragionamento importante, qui il rischio è quello di perdersi nei comuni stereotipi dell’alienazione dell’uomo medio nella morsa di una società cinica e bastardissima. Non mancano i momenti esilaranti. I personaggi, ad esempio, sono tutti indovinati. Il rischio è quello di allontanare lo spettatore dall’effettiva essenza del film, una patina di malinconia mista ad amarezza che pervade tutti i 104 minuti della pellicola, con l’inconveniente di mandare in tilt coloro che auspicavano un ritorno alla comicità del duo più prolifico di Hollywood.
Voto: 6


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