
IL NASTRO BIANCO
titolo originale: "Das Weisse Bead-
Eine Deutsche Kindergeschichte"
Austria 2009
regia di Michael Haneke
con Christian Friedel, Burghart Klaußner,
Leonard Proxauf, Maria-Victoria Dragus
durata: 144 min
Drammatico, Giallo
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Nazi-generation
Haneke e la malvagità intrinseca dell’uomo. Un binomio che va avanti da tempo e che sembra non scoraggiare la produzione del regista tedesco, anzi…
Haneke probabilmente sforna uno dei migliori film della stagione impregnato di un’umanità-disumanità sconcertante che, sia per il punto di vista diegetico sia per quello estetico, sconvolge e porta a riflettere su temi tutt’oggi più che attuali. Haneke riesce a sviluppare il suo discorso in 144 minuti senza essere prolisso o scontato; il ritmo non sarà il punto forte del film, ma di certo gli amanti della “storia” non rimarranno delusi dalla pellicola: ci vengono sfornati incessantemente avvenimenti su avvenimenti e, pensate un po’, non sono nemmeno banali; una rarità di questi tempi.
Nel biennio precedente il primo conflitto mondiale, in un piccolo villaggio nel sud della Germania, iniziano ad accadere strani eventi. In principio il dottore del villaggio, di ritorno a casa, rimane vittima di un incidente a cavallo per colpa di un “simpatico scherzo” di qualcheduno che ha pensato bene di legare una corda da albero ad albero facendo capitolare lo sventurato e procurandogli 2 mesi di prognosi. Qualche giorno dopo muore anche una contadina in una segheria, precipitando sopra il marciume del pavimento legnoso. Da questi avvenimenti il villaggio e i suoi abitanti cambieranno radicalmente e a contribuire a tutto ciò vi sarà il barone (Ulrich Tukur), nonché imprenditore che sfama (facendo lavorare, s’intende) tutti i cittadini, con la sua politica del sospetto che insedierà malizia e invidia nella testa di tutti. Man mano il lungometraggio si trasforma in una sorta di giallo che procede lentamente rivelandoci diversi episodi della vita dei cittadini tutti improntati sul rapporto tra genitori e figli e guarda caso l’unico che non ha di questi rapporti è il nostro narratore esterno nonché maestro del villaggio (Christian Friedel), caratterizzato dalla sua somiglianza con Jack White (cantante dei White Stripes; Il nastro bianco = strisce bianche, maledette coincidenze).

Un educazione improntata sul rispetto ossessivo verso i genitori, sulle dolorose, cruente e frequenti punizioni corporali (si viene addirittura legati al letto perché, come è normale che sia, ci si masturba), portano i bambini del luogo a coltivare un seme di malignità, una sorta di demone che cova al loro interno, mai percepibile in pubblico e che noi, grazie alla maestria di Haneke, possiamo soltanto immaginare, che fa da contraltare a quel nastro bianco portato, dai figli del pastore (Burghart Klaußner) Martin (Leonard Proxauf) e Klara (Maria-Victoria Dragus), sul braccio o fra i capelli, simbolo di purezza ed innocenza. Quel demone sarà il catalizzatore della prolificazione nazista basata su rigore e disciplina, ma anche su atrocità disumane, come le torture al figlio del barone, l’uccisione di un povero uccellino (con delle forbici infilzate nella gola) o il pestaggio di un bambino down e tutto ciò perché la punizione serve da redenzione; in un rapporto duale, come i bambini subiscono quella dei genitori lo stesso accade rovesciando il paradigma.
Alla fine non si sa chi sia la vittima chi il carnefice e persino quando si vuole portare a galla la verità sembra quasi faccia male tale ammissione, come se ormai fosse norma imprescindibile da non poter rivelare.
La trama sembra ricordarci a tratti quel "Dogville" di Lars von Trier in cui la comunità la fa padrona, ma questa volta Haneke fotografa con grandi silenzi (musica assente tranne quella suonata dai personggi) e con un freddo ed inquietante bianco e nero un’umanità talmente forte da essere disumana.
Voto: 7


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