
OINK - MASSACRO IN PARADISO
Soggetto, Sceneggiatura
e Disegni: John Mueller
Anno: 1999
Editore: Punto Zero
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Una gran bella Porcata!
La lotta disperata contro il sistema portata avanti a colpi d’accetta dal povero uomo-porcello tutto muscoli e niente cervello.
Gli anni Ottanta, e soprattutto i Novanta, segnano una grande crisi per i fumettistici eroi senza macchia. Il pubblico è ormai saturo di cavalieri dall’animo scintillante, bianchi quanto neri sono i loro antagonisti. Si assiste così ad un rovescio della medaglia che ammanta di tinte cupe e di violenza radicata le vignette di produzioni grandi e piccole.
Gli animi dei personaggi si fanno frammentati, oscuri; le loro gesta perdono l’impeccabilità delle origini per tingersi di rimorsi, vendette, malignità. Inutile dire che, mentre procede a radicarsi, la tendenza si produce in un marasma semi infinito di protagonisti clonati fra loro, tutti troppo uguali e tendenti al dark.
In questo pantheon di grigi omologhi, di tanto in tanto si fa largo qualcuno che risalta, disegnato da una matita potente che garantisce un impatto non banale. Nel panorama dell’underground, il semisconosciuto “Oink” spicca come lupo fra gli agnelli. Anzi, come porco tra gli angeli.
Già, perché stiamo parlando proprio di un energumeno dalle fattezze di maiale antropomorfo. Il nome, del resto, lasciava trasparire un onomatopeico sospetto. Che in questo caso, corrisponde alla pura, folle realtà. Trattasi del primo (ma non certo ultimo!) esempio dell’ironia perversa e rovesciante che pervade, con cupa intelligenza, l’intera vicenda narrata.

In un mondo angoscioso e spezzato, tra il postatomico e il grunge, la società si inerpica intorno alle predicazioni di una setta religiosa che ha espanso il proprio ascendente ovunque, nella fosca metropoli chiamata, guarda caso, Paradiso. Più schiavi che fedeli, gli esseri umani barcamenano le loro cupe esistenze tra i fumi di ciminiere e tombini. Accanto a loro, troviamo esseri per metà suini e per metà umani. Più forti che intelligenti, servono da forza lavoro, tenuti a bada dalle stesse predicazioni dall’eco orwelliana che serpeggiano tra il resto della popolazione. Ribellarsi è impensabile, perché la capacità di riflettere e il senso d’identità sono stati sciolti nell’acido già da tempo. Eppure il più stupido, ingenuo e sempliciotto di tutti i maialoni diventa, in un’escalation di dubbio e rifiuti, il più accanito osteggiatore del Paradiso. Nonché il suo più temibile nemico. Angeli e santi gli si scaglieranno contro, finendo per incappare nel taglio della sua accetta, che egli brandisce con la rabbia dell’oppresso svegliatosi dal sonno oppiaceo in cui era relegato.
Una potente riscrittura sul tema del controllo, della religiosità opprimente, dell’assuefazione inebetita delle masse: ecco che cos’è questo inaspettato “Oink”. Un fumetto datato 1996, reperibile solo nella sua prima edizione in lire che porta la pretenziosa (quanto azzeccata) dicitura: “romanzo a fumetti”. Non a caso si è citato Orwell. Il maiale, che ne “La fattoria degli animali” incarnava la cupidigia e la spinta allo sfruttamento, qui si fa, all’opposto, oppresso rinsavito, voce fuori dal coro decisa a cantare (pardon, grugnire) la propria ira.
Su questi ribaltamenti, sull’uso atrocemente indovinato della metafora e dello straniamento, gioca tantissimo l’autore unico, John Mueller. L’assonanza ai cognomi Miller/Millar che, si sa, al fumetto portano bene, anche in questo caso si rivela azzeccata. “Oink” si legge d’un fiato, con gli occhi disturbati da disegni sballati e gracchianti, esaltati da chine fumose quanto gli sbuffi della metropoli e imbrattati da colori grotteschi quanto perfettamente fusi all’atmosfera apocalittica che evocano.
Il risultato finale è un viaggio allucinante, citazionistico e angoscioso nei meandri del giusto che si sporca di atroce e dell’apparenza che nasconde terribili verità sopite. Siamo lontani anni luce dagli antieroi prodotti con lo stampo, tipici del periodo. O meglio, le connotazioni antieroiche ci sono tutte, ma vengono perpetuate con coscienza e sagacia. Non un inno alla violenza gratuita, dunque, quanto, piuttosto, un inquietante trip di denuncia, che ride delle proprie debolezze e, anzi, ne fa un vanto, un punto di forza. La credibilità di un maialone armato e incazzato diventa, a tutti gli effetti, assoluta e convincente. E le fattezze esemplari del protagonista non rubano affatto la scena ad un background reso con impeccabile e deprimente realismo, espresso in dettagli dinamici e tratti quasi pittorici.
Non a caso, tra i tanti tormentati deliri del fumetto, in una vignetta appare, in secondo piano, un cesso stipato di libri. Solo uno mostra il titolo: “1984”. E chi vuole intendere, intenda.
Soggetto: 7,5
Sceneggiatura: 7
Disegni: 7,5
Tre difetti
- Underground nell’anima, per trovarlo bisognerà probabilmente rovistare l’angolo più nascosto della fumetteria più infognata.
- I temi trattati e la massiccia resa grafica non lo rendono certo una lettura agibile e lineare.
- Dopo due settimane che l’ho letto mi è venuta l’influenza. Davvero. Sospetto si trattasse di suina.
Tre virtù
- Antisociale, anticlericale, antipolitico, antietico: questo fumetto è una roboante battaglia persa contro tutti e tutto.
- Un fumetto malato quanto basta per costringervi a rileggerlo con occhio più attento a citazioni e rimandi di cui è imbevuto.
- Un protagonista che, per tanti motivi, spicca sopra i suoi contemporanei pseudo-colleghi; non ve lo dimenticherete facilmente, questo maialone di due metri!


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