
BROTHERS
USA 2009
regia di Jim Sheridan
con Natalie Portman, Tobey Maguire,
Jake Gyllenhaal, Bailee Madison, Taylor Geare
durata: 108 minuti
Drammatico
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Hai una moglie ninfomane e un fratello galeotto? E vai in Afghanistan a giocare alla guerra? Te la sei voluta.
“Apocalypse Now”, “Taxi Driver” e “Nato il 4 Luglio” narrano il bisogno che la coscienza collettiva ha di esorcizzare quello che è stato perduto in guerra. “Brothers” sfrutta questa necessità a partire della zavorra morale qual è l’Afghanistan, nuova Vietnam degli Stati Uniti. Il film risulta però solo una superflua attualizzazione delle storie narrate in passato, alle quali si aggiunge quella spinta emozionale che la contemporaneità riesce a trasmettere.
“Brothers” parte col disegnare il nucleo dell’immaginario americano, incrinato all’improvviso da una causa esterna e, attraverso un exploit drammatico, arriva alla parziale ricucitura del tessuto familiare e sociale. Gli elementi tipici di questo genere di storie ci sono tutti: famigliola felice, figliolette con guance paffute, moglie adorabile (Natalie Portman), pancake e pratino inglese. In questo placido universo Sam Cahill (Tobey Maguire) è l’eroico soldato ed è la parte buona e giusta della famiglia e della società. A far da contrappeso è il fratello Tommy Cahill (Jake Gyllenhaal), un ragazzo senza speranze, che ha bruciato le proprie possibilità in birra e crimini. Tommy esce dalla galera e Sam entra in guerra. Uno ama, l’altro muore. O pare sia morto, a causa dell’altro, del diverso, di quei talebani barbuti, ignoranti e spietati. Sam così torna, lasciando una parte di sé in Afghanistan e portando rancore inespresso a casa.

“Brothers” è un remake del film di Susanne Bier, “Non desiderare la donna d'altri”. A differenza del pacato film danese, in questo rifacimento americano la voglia di unire dramma bellico e conflitto familiare sfocia ben presto nella prevedibilità e nel già visto. Il film dovrebbe render conto degli strascichi psicologici che la guerra porta con sé, invece si limita a incasellare, schematizzare e anabolizzare con facile sensazionalismo le vicende dei protagonisti. Si avrà così la partenza dell’eroe (servitore dello Stato, buon padre, marito innamorato), il periodo di mutamento in un Afghanistan rappresentato con i peggiori luoghi comuni, il funerale, l’elaborazione del lutto (pianti ma anche baci appassionati) e il drammone finale con rotture di piatti e scenata in strada da far svegliare tutto il quartiere.
Per ognuna di queste vicende il lato emozionale viene annacquato da frasi fatte e non affrontato con piglio critico e creativo. Tutto è banalmente prevedibile. La riscoperta del figlio perduto ha la stessa carica emotiva del ritrovamento di una 10 euro nel giaccone tenuto via tutta l’estate. La pazzia di Sam sembra causata solo dal sesso, tralasciando qualsiasi altra pista psicologica, forse troppo complicata da approfondire o abbastanza dispendiosa a livello di budget, col rischio di tralasciare le imperdibili scene della famigliola che pattina sul ghiaccio tra bianchissimi sorrisi e buffissime scivolate.
Dietro la bravura dei tre attori che riescono a vivacizzare un copione vecchio e stantio, si cela solo una storia che non colpirà l’immaginario collettivo e rimarrà l’ennesimo e inutile remake del quale si sarebbe fatto benissimo a meno.
Voto: 5


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