
IL GIOCO DELLA GUERRA
Soggetto e Sceneggiatura: Michele Medda
Disegni: Warner Maresta e Maurizio Gradin
Copertina: Emiliani Mammucari
(colorazione di Lorenzo De' Felici)
Editore: Sergio Bonelli
Miniserie mensile n. 8 (di 12)
Gennaio 2010
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Avevamo lasciato Caravan con un albo che sembrava dare una parvenza di identità alla serie. “Al Centro del Nulla”, oltre a candidarsi come il miglior albo della serie, era riuscito a far tacere tutti quei malumori di lettori insoddisfatti da una trama che non andava avanti e dalla proposta incessante di continui flashback su questo o quel personaggio. Michele Medda, con “Il Gioco della Guerra”, sembra aver voluto sadicamente ribadire a certi lettori che Caravan non è una serie come le altre, ha voluto rimarcare le fondamentali scelte narrative prese con decisione quando Caravan era allo stato embrionale. Ai disegni di questo enigmatico numero troviamo la coppia Warner Maresta e Maurizio Gradin (presumibilmente il primo alle matite, il secondo alle chine e al computer, i credits dell’albo non chiariscono questo particolare), un’altra coppia che sembra ribadire con egual prepotenza la scarsità grafica della serie.
Eccessività: Part 1
Due momenti narrativi, tre significativi flashback, pericolose citazioni agli alieni, moralismo crudo e diretto: l’ottavo numero di Caravan è l’apoteosi di tutte le particolarità che hanno contraddistinto la serie fino ad adesso, Michele Medda gioca con la sceneggiatura come solo lui sa fare, aggiungendo di volta in volta elementi su elementi che rimangono chiusi nel loro ristretto universo narrativo, sfociando in una interpretazione quasi metafisica della vita comune, della vita reale, e delle sue mille sfaccettature. Un episodio eccessivo, che brilla di luce propria, una luce accecante, brilla come pochi altri albi bonelliani hanno saputo fare di recente. La toccante narrazione di episodi storici sconosciuti ai più come la Strage di Gorla del 1944 e la Strage della Kent State University del 1970 riescono a destabilizzare sempre più vigorosamente una narrazione che non risulta mai schiava di stereotipi narrativi ormai accettati e abusati, se non quelli utilizzati nella stessa miniserie. Ancora una volta, come fu con il sesto numero, la narrazione di eventi passati la fa da padrona, ed è strettamente collegata con i deliranti eventi che riguardano il presente di questo albo: la strage dei soldati di Nest Point, potremmo chiamarla, e verrebbe così ricordata nella realtà.
La narrazione di questa strage viene raccontata con spirito quasi politico-indiziario, una lenta ricostruzione degli eventi che sfocerà una spiegazione sorprendente e orribile nello stesso tempo, metafora di tutta la pazzia della guerra: Medda vuol farci vedere a modo suo come sia facile “premere il grilletto con un’arma in mano”, giocando sadicamente nel confrontare pazzia storica con pazzia inventata, utilizzando metodi politicamente scorretti, sbattendoci in faccia la verità con la stessa potenza di una frustata sulla nuda schiena. In ambito cinematografico forse possiamo accostare questo episodio con il capolavoro di Mathieu Kassovitz, “L’Odio”.
La pretestuosità con cui ormai Medda usa i Donati per far raccontare loro dei più disparati episodi storici è irriverente, assillante, talmente forzata che non può non funzionare: lo scheletro della miniserie è questo. Una pretestuosità che diventa ancor più palese e quasi fastidiosa quando Medda introduce nella vicenda la dottoressa Peters, già vista nel terzo numero, che sembra aver acquistato la funzione di jolly dei soldati, un deus ex machina capace di risolvere le situazioni più scomode, unico difetto di un meccanismo narrativo che ha nella sua irregolarità il suo più importante pregio.
Entusiasti ma nello stesso tempo disturbati, chiudiamo le pagine di questo “Gioco della Guerra” con un groppo al cuore.
Eccessività: Part 2
Un numero eccessivo in positivo nei testi, un numero eccessivo in negativo nei disegni: la coppia Maresta-Gradin confeziona la peggior prova vista sino ad ora su Caravan. E, in un nostro delirio di onniscienza, attribuiamo la colpa unicamente a Maurizio Gradin: fastidiosi i suoi ritocchi al computer, penose le scannerizzazioni dei fondali boschivi, disturbanti le caratterizzazioni di molti dei personaggi presenti nella narrazione (una si tutte: a pag. 34 viene ritratta una Carrie a dir poco impresentabile), improponibili alcune costruzioni fisiche.
La dinamicità che dovrebbe abbondare in un albo che nonostante tutto ha la sua bella dose di azione viene sostituita da figure piatte, statiche fino all’inverosimile. L’inchiostratura pesante rende difficile la lettura, e il contrasto con gli orrendi effetti al computer fanno precipitare la situazione verso il minimo sindacale, la precisione monotematica di oggetti e fondali rendono il disegno freddo, glaciale.
Da sempre l’utilizzo del computer è sotto il banco d’accusa nel mondo del fumetto, ma in questo caso, ci dispiace quasi dirlo, è stato compiuto un vero e proprio assassinio ai disegni.
Eccessività: Part 3
Numero eccessivo: la copertina è eccessiva in positivo, semplicemente fantastica, la prima copertina Bonelli a non avere nessun personaggio ritratto in copertina. La scelta del “soggetto” è quanto di più azzeccato si sia mai visto in Bonelli, la realizzazione passa per un Emiliano Mammucari semplice quanto commovente e per un Lorenzo De’ Felici poetico quanto complesso: questa copertina non sfigurerebbe affianco a nessuna locandina cinematografica.
Il giudizio globale su quest’albo è pesantemente influenzato dalla scarsità dei disegni, e un po’ questo ci fa rabbia: purtroppo Caravan non ha potuto godere di una qualità grafica che lo faccia elevare anche oltre i meriti narrativi, ma da una parte forse serve ancora di più a rendere Medda protagonista, in tutto e per tutto.
Se si vuol giudicare Caravan bisogna schierarsi, come in guerra: chi ama il fumetto d’avventura denigrerà Caravan, chi ama leggere ciò che non t’aspetti apprezzerà Caravan. Con l'avanzare degli episodi, quelli che un tempo erano difetti narrativi, si stanno man mano tramutando in pregi. Caravan è il tripudio dell’autocelebrazione della scrittura, senza regole da rispettare, senza claustrofobiche camere narrative.
C’è solo la penna (o la tastiera di un computer, che dir si voglia) ad accompagnare Medda, e nient’altro.
Soggetto: 8
Sceneggiatura: 8
Disegni: 4
Globale: 6,5
Tutte le illustrazioni presenti in questo articolo sono copyright della Sergio Bonelli Editore.



