
MASTODON
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La grandezza di certi concerti, in particolare di quelli in cui i volumi e le distorsioni sono alti e le chitarre pesanti, si misura anche e soprattutto dall’ampiezza delle spalle di quelli che occupano le prime file sotto i palco. Non appena entro ai Magazzini Generali, di solito una discoteca, trasformata per l’occasione oggi nel centro della vita metal milanese, capisco che sarà durissima. Sono tutti, ma proprio tutti, più alti di me, e non solo nelle prime file, ma anche dietro, al bar, in fila alla cassa, al bagno. In linea con il nome del gruppo quindi: mastodontici.
Quando entro i Totimoshi stanno suonando la loro ultima canzone, ma quasi non li sento, occupato come sono a scrutare le facce di chi mi sta intorno. Ovviamente la percentuale di uomini è tale da far invidia a una festa gay organizzata da George Micheal insieme a Elton John. Un boscaiolo del Nebraska o di qualche altro stato americano perso tra le montagne troverebbe qui come mimetizzarsi alla grande in mezzo ad una folla mai così barbuta.
Prendiamo da bere e ci posizioniamo. Bevendo la mia birra sorrido ascoltando la conversazione che avviene a fianco a me. “Ci sono pochi metallari in giro. Di quelli veri dico” dice uno. “Nuovo millennio. Io c’ero agli Slayer nell’89. Quelli erano anni metal!” ribatte l’altro battendosi il pugno sul cuore.
Eccoli. Per una volta il giochino che faccio sempre di tentare di indovinare con che pezzo inizierà il concerto si è rivelato inutile. Già da prima sapevo infatti che i Mastodon dividono il concerto in due parti. Nella prima suonano il loro ultimo incredibile disco “Crack the Skye” tutto di fila, con le canzoni in sequenza, e poi nella seconda parte pescano i pezzi dagli album precedenti. “Oblivion” parte e si salta subito. E poi via subito con “Divinations”, “Quintessece” che scatena il pubblico. Poi arriva “The Czar” che meriterebbe un capitolo a parte. 11 minuti di puro godimento per le orecchie. Mi giro verso destra e vedo che quello di fianco a me ha smesso di spingere e dimenarsi ed è con lo sguardo fisso verso Brent Hinds, la bocca leggermente aperta. Chiari sintomi da orgasmo acustico!
I quattro di Atlanta hanno qualche limite, accentuato nei live, nella componete “canto”, ma per quanto riguarda la musica, i suoni, e soprattutto la tecnica, non hanno niente da invidiare a nessuno. Anzi danno della gran paga ad un sacco di gente. Brann Dailor alla batteria in certi momenti sembra avere quattro gambe e dieci braccia per la quantità e la velocità che riesce a produrre con il suo strumento. Ma la vera anima del gruppo è Troy Sanders, al basso, che dal centro del palco guida il gruppo, canta e non sbaglia nulla o quasi.
La prima parte dello show si chiude, così come il disco, con “The Last Baron” tredici intensi minuti di puro stile Mastodon. Capolavoro!
Durante la (brevissima) pausa rimane solo il tastierista sul palco per il suo piccolo momento di gloria, prima di abbandonare le scene visto che di tastiere nei primi dischi neanche l’ombra.
Il primo pezzo della seconda parte è “Circe of Cysquatch” tratto da “Blood Mountain” e sullo schermo alle spalle del gruppo compare la creatura cornuta a quattro teste che campeggia anche sulla copertina del disco. Poi è la volta di “Aqua Dementia” da quello che considerato il vero capolavoro del gruppo “Leviathan”, il concept album tratto da "Moby Dick" di Herman Melville. Il salto nel passato è ancora maggiore quando partono le prime note di “Where Strides The Behemoth” dal loro primo disco “Remission”. “Mother Puncher”, “Iron Task” e “March of the Fire Ants” chiudono un concerto strepitoso, di un’intensità unica, un’ora e venti di pura magia psichedelica.


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