
BRAD BARRON
Ideato e scritto da Tito Faraci
Disegnatori: Bruno Brindisi, Anna Lazzarini,
Giancarlo Caracuzzo, Giovanni Bruzzo, Luca Raimondo,
Alessandro Nespolino, Alessandro Bignamini,
Max Avogrado, Walter Venturi e Fabio Celoni
Copertine di Fabio Celoni
Editore: Sergio Bonelli
Miniserie mensile di 18 Albi
Maggio 2005-Ottobre 2006
-----------------------------------------------------------------------
Ancora gli Alieni cattivi
La prima miniserie Bonelli, concepita dal big Tito Faraci, si rivela un calderone narrativo di espedienti, generi e stereotipi eroici già visti troppe volte.
Quando comperi a scatola chiusa una miniserie composta da 18 albi di 96 pagine l’uno, devi essere assolutamente certo della sua qualità, o conoscerne a menadito ogni premessa, o ancora, essere molto fortunato. Io non avevo alcuna informazione sul contenuto, né ragioni particolari per sentirmi fortunato, ma non ho avuto dubbi, mi è bastato un nome: Tito Faraci. Un mito, una garanzia tra gli sceneggiatori italiani contemporanei. Ha fatto faville in Disney, ha dato lustro a personaggi Marvel e Bonelli, scrive in un blog seguitissimo. Diciotto volte Tito Faraci ad un prezzo conveniente: non potevo chiedere di meglio.
Così ho portato a casa Brad Barron, la prima miniserie Bonelli in assoluto, l’ho collocata in libreria, con il proposito di estrarre uno ad uno i fumetti, scomponendo di volta in volta il bel faccione di Brad, biologo-soldato ritratto a “incastro” sulle coste degli albi. Non vedevo l’ora di iniziare. C’ho messo sei mesi a finirla.
Lo ammetto, Brad Barron non mi passava più. Man mano che capivo dettagli sulla storia, meccanismi narrativi e background, mi scoprivo sempre più lontano dall’appassionarmi alla vicenda. Del resto, non ho mai amato visceralmente la fantascienza e Brad Barron sguazza nella fantascienza più classica, seppur accostandosi di volta in volta a una profusione di generi differenti. Non mi sono mai stati simpatici nemmeno gli eroi invincibili, senza macchia e senza paura, che schivano grandinate di laser e stendono manipoli di mostri con un colpo solo. E Brad Barron è quanto di più vicino a questa concezione d’eroe archetipica (e antipatica?) si possa immaginare: solitario, tormentato dal passato nella sua ricerca di un futuro, ganzo e scaltro, solo nel bel mezzo di un’invasione aliena, giubbotto bombato con il collo di pelo e cicatrice sullo zigomo.
Intorno a Brad, si raduna un profluvio di alieni verdi e minacciosi, armati fino ai (tanti) denti: si chiamano Morb e quando vengono colpiti fanno “Worgh!”. Invadono il pianeta negli anni ’50, schiavizzano i terrestri e se li studiano come cavie da laboratorio, mentre la Terra si fa riserva naturale di flore e faune extraterrestri. Il tutto, in una profusione di dischi volanti, astronavi madri, automi, esoscheletri, zombi, piante carnivore, nidi alieni, entità metafisiche e basi militari.
Insomma, Tito Faraci raccoglie nel grande paiolo della fantascienza primigenia un amalgama di generi narrativi differenti, di ispirazione fumettistica, letteraria, televisiva o cinematografica (da “Flash Gordon” a “Star Trek”, da “La Guerra dei Mondi” ad “Alien”). Li afferra e li butta dentro per quello che sono, avviluppati nei loro cliché e nelle loro consuetudini storiche. Quindi accende il fuoco sotto la pentola e poi giù mestolate, a servire in tavola piatti di western, dove la bella contadina è rimasta sola col pupo e necessita protezione contro i bruti; scodelle di hard-boiled e pulp, con bestiacce tentacolari e accette come se piovessero; porzioni di horror, fatte di spedizioni ardite destinate ad assottigliarsi per l’intervento di mostri, zombi e ragni giganti; e così via. Un’operazione quasi tarantiniana, se vogliamo, ma che perde ben presto la sua aura di citazionismo e commistione di genere, per smarrirsi nel limbo del già visto.
Faraci si impegna nel suo processo d’aggregazione e contaminazione narrativa, ma le situazioni non risultano tanto reinventate, quanto reiterate. E procedere nella lettura si fa vischioso come avanzare in una palude.
Questo, almeno fino a metà della serie. Nei numeri conclusivi, l’incombenza della fine gioca a favore dello sceneggiatore, che abbandona lo stile autoconclusivo e si dedica ad un percorso più compiuto, teso verso il (pur classicissimo) finale. E l’estro di Faraci emerge più nitido, finalmente, con buoni colpi di scena, digressioni interessanti e spunti ben sviluppati.
Troppo poco, in ogni caso. Troppo poco per un talento cristallino, che sembra perdersi un po’ per strada. Come se il dover a tutti i costi rientrare nei parametri narrativi visti sopra falciasse un po’ le gambe a Tito, che con la fantascienza aveva già sfornato autentici miracoli in PKNA. Anche i dialoghi si fanno tirati, stridenti. A cavallo tra la ricerca di incisività e lo scoglio di un target allargatissimo, che non concede riferimenti troppo espliciti o staffilate profonde.
Senza contare la schiera di disegnatori differenti, convocati per il progetto (su tutti, i “veterani” Celoni e Brindisi). Stili e tratti anche molto lontani tra loro si allacciano alla storia in vari modi, a volte felici, a volte penalizzanti, sempre rigorosamente inquadrati nel bianco e nero bonelliano.
E si rimane così, in bilico. In bilico tra i generi diversi, tra gli stili dei disegnatori, tra il tono dei dialoghi, senza mai riuscire bene a comprendere quanto questo esercizio d’equilibrismo sia funzionale o risulti deleterio per la vicenda.
Di certo, Brad Barron NON è un prodotto da comprare a scatola chiusa, affidandosi all’ispirazione. Errore mio. A posteriori, è emerso quanto poco mi sentissi affine a questa mini, nonostante vi sia certamente una nutrita fetta di audience rimasta più che soddisfatta dalle vicende e dai sapori della serie. Il consiglio, dunque, è uno solo: meglio capire in anticipo se Brad Barron fa per noi oppure no. Altrimenti, durante la lettura potremmo finire per discostarci dall’eroe, per prenderlo in antipatia. Tanto da preferirgli (o quasi) i brutti alieni Morb, che quando li colpisci fanno “Worgh!”.
Soggetto: 5
Sceneggiatura: 5,5
Disegni: da 5,5 a 8
Tre Difetti
- Tante, troppe situazioni già viste e sperimentate: il citazionismo si perde in se stesso.
- Ogni albo è pensato per essere quasi autoconclusivo e ciò toglie fluidità alla storia.
- Parecchi disegnatori si susseguono in un viavai troppo spezzettato; di contro, la presenza fissa al timone di Tito Faraci risulta sottotono rispetto ai suoi standard elevatissimi.
Tre Virtù
- In ripresa nel finale, si scorge qualche “numero” del Titone nazionale.
- Può risultare gradito agli amanti della fantascienza “classica”.
- Le costine con il faccione di Brad sono simpatiche e sembrano ammiccare dallo scaffale.
Tutte le illustrazioni presenti in questo articolo sono copyright della Sergio Bonelli Editore.
Home >> Fumetti >> Bonelli & Bonellidi >> Caravan n. 9: "Nove per un Dio perduto"
Caravan n. 9: "Nove per un Dio perduto"

NOVE PER UN DIO PERDUTO
Soggetto e Sceneggiatura: Michele Medda
Disegni: Michele Benevento
Copertina: Emiliano Mammucari
(colorazione di Lorenzo De' Felici)
Editore: Sergio Bonelli
Miniserie mensile n. 9 (di 12)
Febbraio 2010
-----------------------------------------------------------------------
Sembra che Michele Medda si sia tenuto da parte i pezzi migliori per il finale di Caravan. Dopo i deludenti quarto e quinto numero, la miniserie non ha fatto altro che crescere, almeno a livello narrativo. Il numero 9 è in perfetta linea con questa tendenza. Sorprendente, anomalo, commovente, “Nove per un Dio Perduto” si dimostra un albo a tratti stupendo. E’ dal sesto numero che in ogni recensione scriviamo (o facciamo intendere ) “fino ad adesso questo è il miglior numero della miniserie”. A salvarci è quel “Fino ad adesso…”, perché anche questo numero nove non è esente da questo giudizio. E contiamo di ripeterlo col prossimo.
E, udite udite, anche i disegni questa volta non sono da meno, anzi.
Come una Pietra che rotola
In Caravan c’è una totale assenza di riferimenti a luoghi geografici, al lettore non è dato sapere dove la carovana si trovi, in che parte dell’America stia viaggiando, dove sia diretta. La stessa Nest Point è paragonabile ad una Gotham City o a Paperopoli, città nella realtà inesistenti. Però siamo in America, e questo è chiarissimo: e non tanto per i pochissimi indizi dati nei primi numeri della miniserie, ma perché Medda continua ad inserire negli albi continui elementi della sottocultura americana, specialmente di quella musicale. Sin dal titolo, “Nove per un Dio perduto” è pieno zeppo di citazioni e riferimenti musicali (e qualcuno anche cinematografico, come “Forrest Gump”). Vengono citati nomi ben noti ai rockofili: Pogues, Bob Dylan, U2, la famosa frase sulla critica musicale di Frank Zappa che Scaruffi usa per il suo sito, la rivista Rolling Stone, il talk show Saturday Night Live e, ovviamente, i Violent Femmes. “Nine for a Lost God” (“Nove per un Dio perduto”) è il verso di una splendida canzone di questo gruppo americano, “Kiss Off”, contenuta nell’omonimo albo di debutto della band, datato 1982. A quanto pare Michele Medda, oltre a Bob Dylan, ama anche questo storico gruppo, già citato nel quarto gigante di Nathan Never (tramite il brano “No Killing”, del terzo album “The Blind leading the Naked”).
Il lungo (forse troppo) flashback dedicato a Jimmy Raitt, immaginario cantante inglese alcolizzato, è pieno zeppo di luoghi comuni sulla vita dei cantanti maledetti (o maudits, volendo baudelairianamente citare Jim Morrison). Ma nonostante la stereotipicità degli eventi, Medda non banalizza niente: basta avere solo una breve infarinatura delle vite di Jim Morrison, di Jimi Hendrix, di Tim Buckley, di Brian Jones, di Layne Staley, di Janis Joplin (per completezza vi proponiamo questo articolo), di tutti quegli idoli del rock morti e non per abuso di droga e/o alcolici. Sono peraltro molto credibili le tensioni fra i manager, le case discografiche e il cantante, che Medda con precisione descrive. La sceneggiatura per forza di cose deve dilungarsi parecchio per raggiungere questa qualità di narrazione e questa fedeltà di argomenti: se è vero da una parte che il flashback occupa troppe pagine dell’albo, è anche vero che con meno pagine i risultati non sarebbero stati così brillanti. E tutto ciò non fa che gratificare il lettore di fumetti che non campa solo di fumetti.
L’unico pesante difetto di questa narrazione pare la caratterizzazione narrativa di Carrie Shawnessy: nei primi numeri appare una persona molto meno matura e responsabile della risoluta Carrie che appare sia nel flashback che nel presente di questo numero.
Una brutta Situazione non può far altro che peggiorare
Alla storia della dissoluta vita di Jimmy Raitt si contrappone con una certa violenza la narrazione del presente che riprende il filo della miniserie, due momenti totalmente diversi fra di loro, che se da una parte diversificano la narrazione, arricchendola, dall’altra parte le fanno perdere omogeneità. Ma è anche vero che se il flashback è raccontato in maniera perfetta, le ultime 30 pagine sono da manuale della sceneggiatura: Michele Medda in questa sequenza sfoggia tutto il suo talento, scrivendo dialoghi che non suonano mai falsi, riuscendo a immettere nella narrazione elementi decisamente nuovi e coraggiosi per una testata Bonelli (non ne siamo certi, ma presumiamo che l’inserimento di personaggi con determinate problematiche come la sindrome di Down sia una novità assoluta nel panorama Bonelli).
E l’inaspettato colpo di scena finale, davvero imprevedibile (almeno per chi non segue il sito Bonelli, che nostro malgrado ha consegnato nei mesi scorsi parecchi indizi sulla tragedia di questo numero, fra tavole e testi) ha la potenza di un vero e proprio terremoto nell’aridità di situazioni che sin dall’inizio contraddistingue la serie, e riesce, forse per la prima volta, a creare un certo hype per l’uscita del prossimo numero.
L'unico elemento che fa rimanere leggermente interdetti è l'identità dell'assassino di Stephanie, una scelta sicuramente sorprendente ma assai forzata: nonostante ad un livello di lettura più superficiale la cosa funzioni (la pazzia, per sua natura, giustifica tutti i comportamenti) ad un livello più approfondito risulta alquanto pretestuoso l’utilizzo di un personaggio visto in una manciata di vignette nel primo numero, la cui funzione è davvero troppo palese (infatti morirà dopo aver compiuto l’assassinio).
Riassumendo, “Nove per un Dio perduto” si dimostra un albo ricco di tematiche, profondo, commovente, riflessivo, pieno di momenti molto efficaci, con qualche difetto di poco conto, un albo che non fa altro che rinvigorire i pareri negativi dei detrattori della serie, ma fortifica anche quelli positivi degli ammiratori. Medda è un ottimo sceneggiatore, e lo ha pienamente dimostrato.
Le Tavole migliori
Dopo i risultati al limite dell’accettabile ottenuti dalla coppia Maresta-Gradin nel numero scorso, e in generale dopo otto numeri che non hanno mai brillato per qualità e personalità grafica, l’esordiente Michele Benevento riesce a mettere d’accordo tutti: la sua prova è probabilmente la migliore vista sin’ora sulla miniserie, superiore anche a quella del numero d’esordio realizzato da uno svogliato Roberto De Angelis. Classe 1978, Benevento ha realizzato parte del primo numero de “L’Insonne” e inchiostrato le prime 5 copertine della serie, per poi lavorare al Nick Raider delle Edizioni IF e anche per alcuni volumi della sempre lungimirante editoria francese, ed è docente della Scuola Internazionale di Comics di Firenze, una presentazione di tutto rispetto, e si vede dalle tavole.
L’artista pugliese maneggia i personaggi con una maturità sorprendente, riuscendo nello stesso tempo a caratterizzarli perfettamente secondo il suo stile pur non tradendo le precedenti versioni date da altri disegnatori. A tratti sembra di vedere echi di quella scuola salernitana di cui fa parte lo stesso De Angelis.
Perfette sono le ambientazioni, specialmente nei luoghi chiusi Benevento da il meglio di sé, raggiungendo una qualità anche narrativa senza precedenti in Caravan (gli si avvicina Fabio Valdambrini): le scene ambientate nel camper dei Donati e nell’auto di Jessie non sono claustofobiche come altre volte, respirano autonomamente, una limpidezza del tratto che a tratti sbalordisce per la naturalezza con cui si mostra ai nostri occhi.
Un artista maturo di cui siamo sicuri sentiremo parlare presto.
Il numero Nove
Bella e poetica la realizzazione della copertina da parte della ormai consolidata coppia Mammucari-De' Felici (troveremo il disegnatore alle tavole del prossimo numero). Come se non bastassero gli indizi forniti dal sito della SBE, anche la copertina non ci risparmia indizi sul colpo di scena dell’albo, un segreto di Pulcinella gestito assai male, a nostro parere.
Il numero nove è quasi onnipresente: sulla costola dell’albo, sull’orologio, nel titolo, nella narrazione. Ormai Caravan ha sfoderato tutte le sue qualità: mancano tre numeri, e non siamo assolutamente sicuri che in questi tre numeri si risolveranno tutti i nodi in sospeso. La propensione quasi anarchica con cui Medda ha affrontato la stesura degli albi è un vero e proprio caso anomalo nel panorama bonelliano e in generale in tutto il fumetto italiano popolare. Continuamente l’autore rifiuta la lunga tradizione bonelliana di avventura, rifiuta anche lo stesso incipit con cui la sua miniserie è partita, le famigerate nuvole. Sotto un occhio il più possibile critico l’assenza di riferimenti ad un elemento così importante come le nuvole è un difetto bello e buono, che rivela con troppa schiettezza, quasi irrispettosamente, la sua natura di abile pretesto narrativo.
Ma chi riesce ad andare oltre le nuvole trova un mondo diverso, caratterizzato sin nei più minuti dettagli, ricco di tante tematiche che probabilmente non potrebbero trovare spazio in altra sede. Al momento del lancio della miniserie, quale fosse il genere narrativo di Caravan era una delle domande ricorrenti poste a Michele Medda. E’ una domanda che, dopo ben 9 numeri, non ha ancora ricevuto risposta.
Il pregio di Caravan è proprio questo.
Soggetto: 8
Sceneggiatura: 8
Disegni: 8
Globale: 8
Tutte le illustrazioni presenti in questo articolo sono copyright della Sergio Bonelli Editore.







Commenti
Poi, ho letto il tuo pensiero nel link segnalato, e ammetto di averlo trovato molto divertente!!! Una parabola ineccepibile! A me, tuttavia, è quasi successo il contrario: Brad, come eroe, mi è stato sulle scatole fin da subito. Troppo fusto, troppo ganzo, troppo bravo, troppo esperto, troppo troppo!!! Come il primo Capitan America o Superman, come Dirk Pitt, come Tom Strong. Si finisce per simpatizzare più con le spalle o, quando non ci sono, come in questo caso, coi nemici… Citazione
Guarda, quello che posso dire di BB non è certo la verità assoluta, solo un'opinione soggettiva, peraltro pesantemente influenzata dai miei gusti personali, nonché dalla scarsa (ahimé, lo ammetto!) conoscenza che ho del mondo (e degli stili) Bonelli, ferma a vecchi Zagor e qualche Tex (Magico Vento = vuoto totale!!!). Di certo, alcuni hanno davvero osannato questa serie, tanto che il successo commerciale c'è stato, come attestano gli speciali poi usciti. Io, lo si è capito, non sono tra questi. ;) Citazione
Ti segnalo, sul mio blog, questo post sull'involuzione caratteriale del protagonista durante la serie:
http://sgargabonzi.leonardo.it/blog/fumetti/brad_barron_in_5_atti.html Citazione
MarKè: procurati Volto Nascosto, che paragonata a Brad Barron è un capolavoro della letteratura mondiale
RSS feed dei commenti di questo post.