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Alessandro Fiori @ Senigallia, 15 Ottobre 2010

  • Scritto da Enrico Tallarini

ALESSANDRO FIORIDistante come un campanile trevigiano

Esserci o non esserci? Tanto ci sarete da qualche parte, voi che spiate il mondo da quello schermo impolverato; è solo che ogni tanto mi piacerebbe anche vedervi. Eh lo so.

E l’autunno e i primi freddi e la nebbia e un po’ di mal di gola e io non lo sapevo eccetera. Ma questo lo dovete sapere: tutti voi, alti e bassi e magri e grassi, vi siete persi una serata splendida, di quelle che aggiungono colore, che fanno bene alla pelle e alle orecchie, e anche alle ossa. Nonostante i vostri eccetera, la serata regalataci da Alessandro Fiori a Senigallia è stata di quelle che lasciano il segno. Peccato solo che a lasciarci scolpire fossimo davvero troppo pochi. Dieci persone al concerto di uno dei nostri cantautori più promettenti, autore di uno dei dischi più belli dell’anno (“Attento a Me Stesso”), e per di più gratis è inammissibile. Ma dove cazzo eravate tutti? Dobbiamo venirvi a prendere a casa per farvi un regalo? E poi non lamentatevi. “Non c’è spazio per la buona musica in Italia - da noi non c’è la cultura della musica indipendente tittirittì tittirittì”. Andate a fare in culo. Lo spazio c’è e la cultura anche. Siete voi che non ci siete. Se c’è una colpa è anche vostra, e adesso è accanto a voi sul divano, e prima o poi vi succhierà tutto, anche la pensione.

Finito questo sfogo inutile cambiamo tono. Il Macondo è un locale molto carino. È un bar vecchio stile con una sala live a metà tra una galleria e una cantina. Ci torniamo dopo i concerti di Eugene Chadbourne e dei Marvin, e devo dire che ti accoglie sempre bene. Arriviamo con quello che si rivelerà un anticipo clamoroso. In compenso abbiamo tutto il tempo per chiacchierare con un simpaticissimo Fiori, quasi sorpreso dalla mole di chilometri che ci siamo fatti per essere qui stasera. Per una volta mi ringrazio di esserci. È lo stesso Fiori a chiamarci per avvertirci che sta per iniziare. E adesso il cantautore toscano è sul palco. A pochi centimetri ci siamo noi, seduti su dei piccoli e morbidi divanetti dalla forma stranissima, simili a una pera. “Avvicinatevi pure, ma non troppo” ci avverte Fiori, scherzando sulle condizioni e i pericoli che possono riservare le sue vecchie scarpe di tela. Un’ora di concerto che è tutta un brivido. Dall’attacco di “Idrocarburi” all’inedita “L’Ansia della Fine dell’Estate”, da “Fiaba Contemporanea” a quella “Lungomare” che riascoltata oggi sa tanto Beck di “Sea Change”.

È un talento indiscutibile il talento di Alessandro Fiori, un talento sproporzionato, di quelli che ti incollano alla sedia. Un artista capace e versatile come se vedono pochi, a cui bastano una chitarra e un microfono per rendere memorabile una tutt’altro che memorabile serata d’ottobre. Con una simpatia innata e divertenti aneddoti Fiori ci canta le sue storie, poi le sussurra, poi le urla, lasciando col fiato sospeso sempre. Che si parli di Genova (“Porco Diaz”) o dei topi in soffitta che popolano “Fuori Piove”, che sia un “Trenino a Cherosene” o la dolce “Senza le Dita” poco importa. Alessandro Fiori dimostra stasera di avere una classe e un tocco sopraffini. Si potrebbe andare a sentirlo suonare tutti i giorni, tanto ogni volta sarebbe un concerto diverso, tanta è la padronanza delle proprie note e della propria voce. L’aspetto e la logorrea del primo Lucio Dalla, la dolcezza del compianto Ivan Graziani e una voce che ricorda Robert Wyatt: questo e molto di più è Alessandro Fiori. “Come va? Anche se siete in pochi non siete costretti ad applaudire per tanti” chiede preoccupato il barbuto leader dei Mariposa, oppure “quando siete stanchi me lo dite, e la finiamo”.

Nessuno fiata, io penso ancora, ancora, ancora fino a non fermarti mai. Le mie preghiere come sempre non vengono esaudite e ci ritroviamo tutti fuori per una sigaretta. Una dedica sul disco, un abbraccio di quelli che ti rompono le spalle e tutti verso casa. Che fuori piove.

PS: Per Alessandro: il tuo poster è già in camera, tra la Guernica e quello dei Black Heart Procession. Il mio pennarello invece? Se è rimasto a te abbine cura.