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ART @ Urbino, Teatro Sanzio, 15 Novembre 2011

Tutto nasce, e muore, con un quadro. Un quadro bianco, completamente bianco, pagato un’eresia e pronto a frantumare un’amicizia. Questo e molto di più è “ART”, testo della scrittrice francese Yasmina Reza e divenuto spettacolo teatrale, stasera di scena al Teatro Sanzio di Urbino per l’apertura della stagione 2011/2012. Un jeu de massacre in piena regola, a colpi di ironica eloquenza, dove ogni personaggio gioca il suo ruolo fino in fondo.

Sul palco, sotto la regia di Giampiero Solari, il trittico Alessandro Haber, Gigio Alberti e Alessio Boni, attori diversi nei modi ma perfetti per ricoprire i loro sottilissimi ruoli.

“ART” si muove sulla stessa lunghezza d’onda de “Il Dio del Massacro”, firmato dalla stessa autrice e di recente trasportato anche al cinema, in quel “Carnage” diretto da Roman Polanski e candidato a rimanere uno dei film più particolari e riusciti dell’ultima stagione cinematografica.

Tutto si svolge in interni scarni, dalla scenografia minimalista, valorizzata da un sapiente gioco di luci e ombre, centellinate con eleganza e raffinatezza. Mai una sbavatura. Non solo corredo emozionale ma strumento funzionale all’azione e all’introspezione dei personaggi, che grazie all’occhio di bue si ritagliano spazi ad hoc per monologhi serratissimi. Serrati anche i dialoghi, da manuale. I tempi morti non si contano nemmeno. Poche le entrate e uscite dispersive. La sceneggiatura è ridotta all’osso, concentrata in pochi riferimenti temporali e priva di inutili orpelli barocchi.

Ma dicevamo di un quadro, un quadro bianco, che instaurerà tra i tre amici un lungo e divertente dibattito sul ruolo e l’utilità dell’arte astratta, per finire col fare emergere tensioni e screzi che, con l’arte, c’entrano poco o niente. Ognuno con le sue frustrazioni, le sue debolezze, finisce per cedere e rassegnarsi all’inevitabile condizione in cui è caduto: ognuno è quello che è in base anche a quello che sono gli altri. “Se io sono io perché tu sei tu, e tu sei tu perché io sono io, allora io non sono più io e tu non sei più tu” dice ad un certo punto Yvan, interpretato magistralmente da Haber.

Non poteva mancare l’incursione della psicoanalisi, con la triade Es, Io, Super Io freudiana ben visibile nei tre personaggi che reggono la parte in maniera impeccabile fino alla fine. Haber su tutti. Tutto ridicolizzato e sminuito, così come ridicolizzata è l’omeopatia e tutta l’arte concettuale in generale. Termini come decostruzionismo, modernismo, misantropia, classicità, capolavoro, rivelano tutta la loro astrattezza e vacuità.

Il messaggio finale è che le parole di per sé non portano che a inutili e sanguinose disquisizioni sul nulla, dove ognuno puntualizza su cavilli immaginari che alimentano rancori. L’arte è qualcosa che va al di là dei paroloni che usiamo per definirla e spesso non si mostra immediatamente agli occhi: dove noi vediamo solo una tela bianca, può esserci rappresentato uno sciatore che è stato sepolto da una valanga di neve.

Ma una cosa è certa: l’arte può fare del bene. Per questo una volta chiuso il sipario il trio improvvisa un’asta per l’oggetto dello scandalo, quel quadro bianco protagonista assoluto dello spettacolo. Verrà battuto per 120 euro, con i proventi che andranno in beneficenza e non a riempire le tasche del gallerista di turno.

Ogni volta che potete, andate a teatro. La nuova stagione, a Urbino come nel resto del mondo, è appena cominciata.