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Bobo Rondelli @ Ravenna, 15 Aprile 2011

  • Scritto da Enrico Tallarini

Bobo Rondelli Bronson

Bobo Rondelli Bronson - Bobo Rondelli Bronson
Perdersi la prima volta di Bobo Rondelli al Bronson è una mossa da evitare, un po’ come la peste. Bronson a parte, se vi siete mai trovati di fronte al cantautore livornese saprete bene il perché i suoi concerti, tra l’altro rarissimi, sono da vivere, magari seduti a bordo palco e con una bottiglia di vino rosso tra le gambe. Rondelli è un personaggio da ricoverare, e che può permettersi qualsiasi cosa.

Condensare sotto la stessa pelle la poesia di De Andrè e Piero Ciampi, il lato sudicio e barzellettiere di uno scaricatore di porto, e l’innocenza di un bambino alla prima sega non è un peso semplice da sopportare, e non è roba da tutti. L’escursione che un concerto di Rondelli riesce a far vivere è qualcosa da crepacuore, molto più adrenalinico di un giro sulle montagne russe. Quando si sale si sale davvero. Quando si scende anche. Ma passiamo al concerto, in un amichevole Bronson armato di poltrone e pieno di un centinaio di persone. Ma tanto si sa, è così che vanno le cose, e se non hai dei pantaloni attillati e un nome alla moda non ti caca nessuno. Se poi aggiungiamo che Rondelli è il peggior manager esistente di se stesso capirete che il discreto fermento di stasera è, un po’ per tutti, un piccolo successo. “Grazie mille davvero. Una volta ai miei concerti eravate in venti e adesso siete in centoventi” dirà a fine concerto, visibilmente soddisfatto.

Un concerto di oltre due ore, tra momenti di poesia pura (“Per Amor del Cielo”, “Madame Sitrì”, “Mia Dolce Anima”) e altri di cazzeggio e vaneggio assoluti. Dalla supercazzola ai video di Youporn, quello di Rondelli è un cabaret a tutto tondo, che dal ridere fa piangere e ti tiene incollato per vedere fino a che punto riesce ad arrivare. Si toglie e tiene in bella vista la dentiera, “così poi fate le foto e le mettete su facebook”, mostra i peli sulla pancia e balla come un pupazzo, fa anche il verso dell’orso Gigi in “Gigi Balla”, in un dialogo continuo con un pubblico a un passo da morire dal ridere. Comincia il concerto con “I Vitelloni” e lo chiude con “A Non so Dove”, cover del Billy Bragg di “A New England”, dopo due bis e ovazioni a non finire. I momenti migliori arrivano con una “Il Calore di un Abbraccio” dedicata a Gino Strada e con le suggestioni in bianco e nero di “Hawaii”, oltre che con la lettura musicata di “A Me Ciam Bert”, dedicata allo zio di Rondelli morto fucilato dai nazisti. Dire struggente è dire poco.

Anche sulla band che lo accompagna niente da dire. Batteria, tastiere, sax, violino e Rondelli alla chitarra. Tutto suona proprio come dovrebbe suonare. Stasera all’appello manca Filippo Gatti, già negli Elettrojoyce e produttore dell’ultimo, meraviglioso disco di Rondelli intitolato “Per Amor Del Cielo”. C’è spazio anche per una cover de “Il Lungo Treno del Sud” del maestro Piero Ciampi e per l’inno targato Ottavo Padiglione di “Ho Picchiato la Testa”, e tra una cazzata e l’altra ne rimane abbastanza perché Rondelli prenda per mano la mia ragazza e la porti con lui sul palco, con tanto di pubblici apprezzamenti che fanno anche un po’ girare i coglioni. Ma gli si perdona (quasi) tutto, specie quando si mette a cantare, con quella voce che tocca sempre la nota giusta, perfetta, così lieve eppure così potente ed emozionante, così ben posseduta.

Non è uno che mente Rondelli, si vede e si sente. È solo uno che ha delle storie da raccontare e gli piace cantarle, e sembra così conscio del suo talento da averne quasi paura, da cagarsi addosso. È un grande artista, che potrebbe prendersi sul serio ma non si prende sul serio, e in questo suo rifuggire l’essere artista ha trovato una tana che lo protegge dai mali del mondo. Noi ti abbiamo scovato Rondelli. E adesso chi ti lascia più.

PS: Non so se sia o meno un complimento, ma per Rondelli io sono identico al David Byrne di “Psycho Killer”. Sarà, e lo è, un grande artista. Però la testa l’ha picchiata per davvero.