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Matt Elliott @ San Costanzo (PU), 16 Ottobre 2010

  • Scritto da Enrico Tallarini

matt elliotI Fantasmi folk di Matt Elliott

“You should all be Murdered”. Dovreste essere uccisi tutti. C’è scritto questo sulla t-shirt che Matt Elliott indossa stasera a San Costanzo, per il primo dei due concerti d’autunno di Territorio Musicale.

Il posto scelto per ospitare il cantautore di Bristol è il piccolo Teatro della Concordia, location che si rivelerà perfetta per il folk nero dell’ex leader dei Third Eye Foundation. Dopo un gustoso aperitivo nel foyer del Teatro, scrutando di tanto in tanto l’avanzare dell’autunno dalla porta a vetro, occupiamo il nostro morbido velluto rosso, preparandoci a quello che è uno dei concerti più attesi della stagione. A tardare qualche minuto ci saremmo persi le parole d’ordinanza di uno spaesato rappresentante comunale, ma così vanno le cose, prendere o lasciare.

Cose che cambiano non appena si apre il sipario e Matt Elliott entra in scena. Chitarra e voce, con questa veste il cantautore inglese regala più di un’ora e mezza di un folk nero e intimista, sofferto, che odora di morte da far rabbrividire. Come trovarsi di fronte a un Cohen schizofrenico e depresso in una corsia d’ospedale. Forte di una voce a metà tra i graffi del poeta canadese e i viscerali lamenti di Antony Matt Elliott incanta la platea con la sua musica oscura, nera come gli abiti che indossa. Fosco, evocativo e decadente. Una chitarra arpeggiata e pizzicata, che parte soffice e poi si carica di effetti. Fa tutto da solo Matt Elliott, si auto-campiona gli arpeggi e ci aggiunge strati e strati di suoni acustici e malati, fino a stratificare le sue urla, i suoi lamenti. È un’orchestra umana l’ex Third Eye Foundation, come se la Funeral Band di Goran Bregovic avesse solo due mani. “You are a very special audience, it’s a pleasure to play here” le parole di un timido Elliott, quasi sorpreso per il trasporto e l’attenzione.

In platea non vola una mosca, se non quando il silenzioso inglese esegue un’ emozionante versione de “Il Galeone”, brano tradizionale recentemente interpretato anche dai Ronin e dai Dio Walzer dell’ex Ustmamò Mara Redeghieri. Dopo una marea di effetti e taglienti laptop come nella miglior tradizione bristoliana, il nostro propone una pausa sigaretta collettiva. Le norme anti-fumo non risparmiano nessuno, artisti compresi. Rientriamo e Matt Elliott è già sul palco, ad arpeggiare la chitarra come un Brassens postmoderno e decadente.

Canta ad occhi chiusi Elliott, da “The Sinking Ship Song” a “The Maid We Messed”, fino alla dolorosa “Something About Ghosts”, sempre ad occhi chiusi. Come se il male e il disagio che canta fossero dentro, dentro di lui. Perché fuori, a parte un bell’addormentato in prima fila, le facce sono serene e appagate. Di concerti del genere se ne vedono pochi, soprattutto in zona. Nell’attesa del grande Hugo Race, non resta che sognare un territorio che sia musicale dodici mesi l’anno.