I Marlene Kuntz e il Festival.
Che i Marlene Kuntz vadano a Sanremo non mi dispiace per niente. Ho la casa sommersa da tre metri di neve, una ragazza per niente vittima dei clichè di San Valentino e una strana voglia di passare la serata in casa, come dicono si facesse una volta, con la tv accesa sull’uno a lasciare scorrere quelle scoreggie sanremesi che mi ricordano, ogni anno, quanto io sia fortunato. Fortunato a sapere che esiste altro, oltre a quel marciume.
Il problema è che ogni tanto quel marciume e quello che io reputo altro finiscono per incontrarsi. È successo qualche anno fa con Subsonica e Bluvertigo, poi con gli Afterhours, l’anno scorso con Franco Battiato e i La Crus, e sicuramente me ne sfugge qualcuno. Girava voce, anni fa, persino di un’eventuale presenza dei PGR sul palco dell’Ariston. Non se ne fece più nulla, ma a pensarci sto ancora male. Ferretti, Canali e Maroccolo lì, imbolsiti e fuori luogo, pregare con gli occhi al cielo i favori delle casalinghe e del televoto. No, non l’avrei potuto sopportare. Della loro saggia assenza li ringrazio.
Ma torniamo a Sanremo, quel Sanremo che quest’anno ospita, sotto tre metri di monnezza, anche i Marlene Kuntz, una band che nel bene o nel male mi ha segnato un pezzo di vita.
La canzone che i Marlene portano al Festival si intitola “Canzone per un figlio”. Il testo della canzone è noto già da giorni e non promette malissimo. È semplice e di facile presa, ma non banale, almeno non del tutto. Si sintonizza con le basso-frequenze sanremesi senza cadere nel vergognoso. Qualche parola alla Godano continua a “veleggiare”, ma tutto sommato, almeno sulla carta, il testo regge bene.
Nell’attesa che anche il vostro macellaio di fiducia si metta a fischiettarla, godiamoci la “Canzone per un figlio”. Signore e signori: ecco a voi i Marlene Kuntz sul palco del Festival di Sanremo.
I Marlene Kuntz al Festival:
Ci sono arrivato esausto, costretto a sorbirmi il peggior Celentano di sempre e un carico di monnezza insostenibile. E pensare che siamo in mondovisione, e che questa schifezza la paghiamo noi.
Scendono le scale dell’Ariston presentati come “band cool” e “l’unico gruppo italiano veramente rock”. Cominciamo bene. Che poi di rock in questi Marlene c’è rimasto poco o niente. La canzone non è malvagia, un po’ facilotta, ma ha un testo discreto e degli arrangiamenti ottimi e inediti per i Marlene. Un’orchestra di fiati, a tratti pomposa, e i tre lì, a centro palco, che sembrano quasi dei nani, spaesati. L’emozione non sembra essere ingombrante, e se la voce di Godano stenta è solo perché è così. Perché la voce di Godano stenta, lo ha sempre fatto, e va sempre bene così. Al di là dell’improponibile maglioncino a collo alto sotto la camicia bianca del Godano, immagino che la canzone deluderà un po’ tutti. Farà cacare ai fan di vecchia data, lascerà indifferente il popolino sanremese, e in parte anche me.
Per fortuna lo scempio, almeno per oggi, è finito. Spengo la tv, e mi ascolto “Catartica”.
“Un altro giorno è andato, la sua musica ha finito”, canta Guccini. E non è sempre un male.





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