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Wild Nothing @ Gambettola (FC), 23 Novembre 2010

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wild nothing

23 novembre 2010, le lancette dell’indie rock indicano Gambettola come meta prescelta. L’occasione è il concerto di una delle band rivelazione delle stagione in corso, i Wild Nothing di Jack Tatum, sbarcati in terra di Romagna per presentare un piccolo gioiellino di sonorità rarefatte chiamato “Gemini”.

La location è un ex-macello che ora si fa chiamare Treesessanta, il tutto nell’ambito della rassegna musicale Stereofonica, nomi forti dal presente (Blank Dogs) e dal passato (The Charlatans). Ad inaugurare la kermesse è il progetto solista Death In Plains, occhialini in grande stile ed aria da bravo ragazzo. Esattamente non le stesse di una birra artigianale per via di un’acustica ancora da perfezionare, le sonorità del giovane pesarese vanno a pescare nel repertorio degli ultimi Animal Collective, accentuando di gran lunga la componente electro beat. L’attrezzatura a disposizione è quello delle grandi occasioni, sullo sfondo, un maxischermo proietta immagini di sciatori psichedelici e animazioni da Winamp prima versione. Visibilmente emozionato, il Panda Bear italiano ci regala una bella mezzoretta di impressioni ultramoderne e divagazioni dream pop, con il pubblico che dimostra di aver apprezzato applaudendo e stringendo parecchie mani a fine concerto. Un progetto da tenere in considerazione.

Il tempo di una birra e una sfogliata al Music Club che il locale si è già riempito. Il colpo d’occhio è dei più sorprendenti. Adesso siamo a venti centimetri dal palco, postazione centrale, con un rompicapo da duemila euro che fluttua per la testa: ”come suoneranno, on stage, le canzoni di “Gemini”?” Solite paranoie pre concerto. L’impatto è da Cure stile “Boys Don’t Cry”, si scommette sulla presunta età media della band. Le canzoni di “Gemini” vengono eseguite senza lode e senza infamia, spogliate di quella caratterizzazione eterea ancora di salvezza su disco. In assenza dei tappeti dream, tocca accontentarsi di un lavoro di chitarre regolare e pulito, tutt’altro che tagliente. Una trasfigurazione che sceglie “My Lonely Angel” a testimonial ideale. Per il resto mancano quell’impatto, quel fascino, quella presa sul pubblico tipici degli sguardi spiritati del rock (in Italia i Cosmetic, all’estero Local Natives e A Place To Bury Strangers sono di un altra dimensione).

Sommersa in un oceano di delay, anche la voce di Tatum diviene un elemento di contorno. “Live In Dream”, “Confirmation” e il cavallo di battaglia “Summer Holiday” accendono una leggera fiammella dream pop, ed è sul finale che la band comincia ad acquisire una certa dimestichezza. Quando l’orologio segna l’una il giudizio è stato già emesso: la prima impressione è quella di aver assistito a un dignitoso concerto di musica pop.

Sarà una prerogativa di questo genere, sarà la giovane età, fatto sta che i Wild Nothing di selvaggio, per adesso, possiedono solo il nome. Chapeau su disco, da “rivedere” dal vivo.