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Jim Morrison: il Baudelaire che visse a Los Angeles

jim morrison

jim morrison - jim morrison
James Douglas Morrison: storia e arte di uno dei personaggi chiave della cultura rock, fra mito e realtà. Jim Morrison (nome completo James Douglas Morrison) fu uno dei maggiori artisti, poeti e musicisti della sub-cultura americana del secondo ‘900. Jim Morrison nasce l’8 Dicembre del 1943 a Melbourne, in Florida.

Il padre, ufficiale d’alto grado della marina militare americana, dopo una severa educazione, avrebbe voluto iniziare il figlio alla sua stessa carriera militare, ma la voglia di indipendenza del giovanissimo Morrison si faceva già sentire. A soli 18 anni, rinnegata la famiglia, emigra (o forse sarebbe più appropriato dire fugge) a Los Angeles, dove si iscrive all’UCLA, e compie studi di cinematografia, latino e greco, per laurearsi poi nel 1964, dopo aver diretto anche un film sperimentale. Sarà qui che conocerà gli altri membri dei Doors e che inizierà la sua avventura che lo porterà nell’olimpo del rock. Il nome “The Doors” fu un doppio tributo di Morrison a due istrioni della cultura beat/psichedelica, il poeta William Blake e l’autore inglese Aldous Huxley: il primo scrisse “Quando le porte della percezione sono spalancate le cose appaiono veramente come sono, infinite” individuando il confine fra cose conosciute e cose sconosciute, ovvero le porte. Da questa frase Huxley trovò il titolo per il suo trattato sugli effetti della mescalina, appunto “Le porte della percezione”.

 

Morrisonn disse: “Ci sono il noto e l’ignoto, e in mezzo ci sono le porte“. In una sola parola “The Doors”. Aveva diversi soprannomi: Mr. Mojo Risin, dall’anagramma del suo nome, il Re Lucertola per via della lunga poesia, chiamata appunto “The Celebration of the Lizard“, pubblicata nel terzo album dei Doors, “Waiting for the Sun“, ed anche Jimbo. Jim Morrison è paragonabile a tutti i miti di quell’epoca (e oltre): dal carisma sessuale come Elvis Presley, sfrontato ribelle come Mick Jagger, schiavo e innovatore della sua musica come Jimi Hendrix, profeta e poeta di molte generazioni come Bob Dylan, auto-distruttivo come Jack Kerouac, dalla infuocata denuncia come Ginsberg, Morrison divenne in breve tempo (e lo resterà per l’eternità) il portavoce di una intera generazione. Il concetto di “Peace & Love” venne stravolto dalle sue sceneggiate e dal suo modo di fare, non più considerato come un patetico “vivi e lascia vivere” ma più come un “combatti per vivere”, una sorta di concetto quasi socialista, derivato da una costante delusione esistenziale, ma i temi erano più che altro legati a concetti soggettivi (il sesso su tutti), personali, ripiegavano sull’uomo, e sulla situazione che l’America (e il mondo) stava vivendo (ricordiamo che la guerra in Vietnam fu paradossalmente un crocevia e una incredibile fonte per l’evoluzione dei temi nella musica rock americana).

I suoi testi, così come i suoi monologhi, erano carichi di doppi sensi, di interpretazioni apocalittiche, di continue allusioni al sesso e alla morte, due elementi che non sono mai stati così simili come nelle liriche morrisiane. Blake, Ginsberg, Poe, Hawthorne, fino ai poeti maudit Baudelaire e Verlaine, tutti i concetti di questi grandiosi artisti trovavano ampio svolgimeto in queste liriche, ma non come banali citazioni, ma come mezzo per uno scopo ben preciso. Tutto viene amalgamato e reso indipendente, in un costante rapporto distruttivo con il malessere e la paranoia del profeta-cantante. Le simbologie che usava vanno tutte a racchiudersi in una teca di cristallo socchiusa, ed avevano come ultimo fine l’incontro con la morte (“The End”): la “nave di cristallo” (l’eroina), “cavalca il serpente” (parodia sessuale del “cavalca la tigre”), il fuoco (metafora di sesso e morte, del peccato), la musica vista come fonte di vita (“è la tua unica amica, fino alla fine” da “When the Music’s over”), la lucertola (Morrison stesso), tutto utilizzato per creare il micro-universo morrisiano, dove c’era lui che regnava sovrano, imprigionato dalle sue paure e con una lieve speranza di redenzione (“abbiamo disperatamente bisogno della mano di qualcuno”).

Tutto faceva parte di una sceneggiata in cui Morrison era l’attore principale, il protagonista. Senza bisogno di alcun artifizio o travestimento, Morrison recitava sul palco vita e morte: “L’artista è al tempo stesso sciamano e capro espiatorio, la folla proietta su di lui le proprie fantasie e le loro fantasie diventano reali, la gente può distruggere le proprie fantasie se distrugge lui”. Sta tutta in questa affermazione il Morrison-pensiero per quanto concerne anche e soprattutto i live. Dopo aver addormentato il pubblico con le sue storie d’improvviso urla “Wake up!”, come un maestro ad un alunno disattento (in “The Celebration of the Lizard”, il suo testamento spirituale), oppure urla ”Shut up!”, perchè il pubblico, col suo mormorio e i loro applausi, disturba le pause di silenzio durante l’esecuzione di “When the Music’s over”. Inscena diverse recite: la fucilazione del milite ignoto (in “The unknown Soldier”), la tragedia della già citata celebrazione della lucertola, l’incesto di “The End”, ma è soprattutto il sesso ad essere protagonista. Continue copulazioni inscenate oltre il limite del pudore, blasfemie, provocazioni a quello stesso pubblico che lo amava-odiava (verrà condannato due volte: nel ’67 per rissa e nel ’69 per oscenità in pubblico). Tutto ciò resero Morrison uno dei più grandi destabilizzatori d’America (molti sono pronti a giurare che Jim venne pedinato più volte dall’FBI, e dietro la sua tragica fine potrebbero esserci dietro gli stessi organi federali). Infatti il vero Jim Morrison era quello che insultava e disprezzava il proprio pubblico e di conseguenza la società stessa (“Vogliono solo la mia morte” disse), recitando in momenti alterni la parte del demonio e del peccatore (si definì il re dei sinners, dei peccatori, un gioco di parole perché singers significa cantanti) e la parte del Cristo redentore (famosa una sua foto di lui a torso nudo appeso ad un palo della luce ad inscenare la crocefissione di Gesù).

Nessuno sa o saprà mai se quella notte parigina del 2 Luglio del ’71, a 27 anni compiuti, Jim Morrison morì accidentalmente, per un edema polmonare causato da abuso di droghe e alcool (ma c’è anche una leggenda che narra di una caduta da un balcone pochi giorni prima del suo decesso che gli avrebbe causato la rottura di una costola e una conseguente perforazione del polmone), oppure scelse di morire proprio quel giorno, a quell’ora, con i Doors ormai alle spalle e con un mito ancora da modellare e consegnare ai posteri. Oltre a rispettare la famosa legge dei 27 anni, Morrison rispettò anche quella della lettera J, infatti morirono prima di lui Jimi Hendrix e Janis Joplin (entrambi anche loro a 27 anni), e prima ancora Robert Johnson e Brian Jones, tanto che si pensò che avevano le ore contate anche John Lennon (come poi effettivamente fu, purtroppo), e Mick Jagger. E di J del rock morte ce ne saranno ancora purtroppo: Jeff Buckley, Jaco Pastorius e John Bonam (vedere QUI). Neanche lo stesso Jim Morrison sapeva quanto sarebbe stata monolitica e pesante la sua influenza non tanto nell’ambito prettamente musicale quanto nell’ambito sociologico: Jim Morrison fu il primo a fare quello che fece, fu il primo vero poeta della storia del rock e non solo, fu uno dei primi veri casi mediatici nella storia dell’umanità (sembra inverosimile ma i fatti dicono questo), fu il primo a proporre il modello del “bello e dannato”, del “dionisiaco”, il primo a ‘sfanculare’ (nel vero senso del termine) con così tanta veemenza tutto un sistema, quello americano, basato su tante falsità e ipocrisie, e forse fu proprio lui il primo vero suicida della storia del rock.

Magari non in quella notte, ma lo sapeva che prima o poi sarebbe finita così. Negli anni a venire altri ne verrano purtroppo (su tutti Ian Curtis e Kurt Cobain), ma il rock è arte, e vuole le sue vittime. James Douglas Morrison ci lascia in eredità tante stupende poesie, tanta pazzia, tanta ottima musica, tanta voglia di non conformarsi alle istituzioni, e ci lascia anche un bel po’ di malinconia. Il discorso è sempre lo stesso: se quella notte Jim Morrison non sarebbe morto, ora magari sarebbe ancora qui, a sfruttare i diritti sui Doors per comprarsi la villetta, il cane, l’auto di lusso, l’assicurazione sulla vita, insomma tutte quelle porcherie che odiava e su cui ci sputava sopra. Magari ci sarebbe stata una reunion con i Doors, e avrebbero fatto la fine che hanno fatto i Rolling Stones oggi, ovvero una patetica imitazione di quello che sono stati negli anni di fuoco. Forse è proprio per questo che ha deciso di andarsene, di lasciarci. Non sarebbe potuto sopravvivere alla sua stessa fama, al personaggio da lui stesso creato. Probabilmente non avrebbe avuto neanche il coraggio, o la forza, di apparire normale, patetico come tutti i patetici a cui aveva dichiarato apertamente guerra. No, secondo me non può esistere un Jim Morrison oltre quella notte del 2 Luglio del ’71, In ogni caso era il Gennaio del 1967 quando l’album “The Doors” uscì. E le cose erano talmente diverse da oggi. Cambieranno in parte grazie anche a quest’album. E al Dio Lucertola. “Where are the feasts we are promised!" (James Douglas Morrison)

 

Alcuni riferimenti sono tratti dall’articolo sui Doors presente su www.scaruffi.com