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Joy Division: i Piaceri sconosciuti del Rock

ian curtis Nello spazio di soli due album hanno marchiato a fuoco il dark più dei loro stessi maestri (e compatrioti), i Cure.

Biografia dei Joy Division e di Ian Curtis, uno dei più famosi martiri della storia del rock.

Il 20 Luglio del 1976 alla Lesser Free Trade Hall di Manchester i Sex Pistols tennero uno dei loro primi concerti, assieme ai Buzzcocks, altra band punk di grande rilievo nella scena alternativa inglese, soprattutto quella di Manchester. Il punk era appena nato, e grazie al carisma e alla rabbia di Johnny Rotten, sarrebbe diventato il genere più fulmineo (ma non per questo meno importante) della musica rock. Quella sera d’estate, fra il pubblico, c’erano anche tre ventenni, tre amici, rapiti dalla foga di Rotten, e dal punk in generale. I loro nomi erano Bernard Sumner, Peter Hooke e Terry Mason. Avevano già un gruppo, gli Stiff Kittens, che ricalcava quegli stilemi punk del periodo, ma ad ogni esibizione venivano stroncati sul nascere. I tre, infatti (Sumner alla chitarra e alla voce, Hook al basso e alla voce e Mason alla batteria) avevano evidenti limiti musicali (in poche parole non sapevano suonare) oltre che di personalità, persi come erano nelle influenze punk dell’epoca. Quella sera al concerto c’era anche un altro ragazzo: il suo nome era Ian Kevin Curtis, originario di Macclesfield, amante della poesia e della musica rock (Velvet Underground, Doors, Iggy Pop, Lou Reed e David Bowie le sue più grandi passioni).

I quattro si conobbero lì, mentre Rotten urlava. Sei mesi dopo (Gennaio ’77), lo stesso Curtis contattò gli ormai demotivati Stiff Kittens (che avevano ricevuto l’ennesima bocciatura dal magazine “Sound” dopo un’esibizione all’Electric Circus) grazie al loro manager, amico di Curtis. Il nome del gruppo divenne Warsaw (dal brano “Warsaw” di David Bowie, contenuto in “Low”), alla batteria arrivò Tony Tabac (Mason divenne comunque il manager, anche se per pochi mesi), e i quattro si esibirono ancora all’Electric Circus (come spalla agli stessi Buzzcocks) ma ancora una volta le critiche sono negative. Il batterista cambia ancora (si passa a un più affidabile Steven Brotherdale, già attivo nei Panik) e i Warsaw registrano i primi brani in studio, “The Drawback“, “Warsaw” e “Leaders of Men“, brani che rimarranno comunque inediti fino al 1988, quando uscirà una raccolta di bootleg, “Substance”, che ripercorre appunto il periodo delle uscite secondarie del gruppo dal ’77 in poi. Ma Brotherdale lascia il gruppo, non convinto delle potenzialità dei Warsaw, un evento importante e fortunato perché al suo posto venne assoldato Stephen Morris, anche lui originario come Ian Curtis di Macclesfield, e sarà proprio con lui (l’ultimo cambio alla batteria) che i Warsaw troveranno la giusta alchimia per quel sound che li renderà epici e leggendari negli anni a venire. Grazie a qualche loro pezzo introdotto in alcune compilation “underground”, i Warsaw cominciarono a farsi un nome nell’ambiente, e con l’ingresso di Morris il loro suono muta: la furia punk si placa, e si intravedono le prime atmosfere rarefatte e gelide, la sezione ritmica trova il giusto equilibrio in una semplicità banale quanto efficace, merito di Morris in primis, che col suo stile riuscì ad aiutare Sumner e Hook a trovare una loro identità e a sopperire ai loro sempre meno evidenti limiti.

In particolare Hook prende un piccolo sopravvento sulla chitarra di Sumner, cosa che creerà qualche piccolo ma ininfluente contrasto nel gruppo. Ma soprattutto i testi di Curtis diventano oscuri, tetri, carichi di poesia e di angoscia, specchi dell’anima del cantante: infatti Ian soffiva di epilessia, la malattia che lui chiamerà “Il grande Male” nei suoi diari, e durante le esibizioni dal vivo esorcizzava questa paura del “grande male” con una danza dissestata, nervosa, che riprendeva i suoi stati epilettici. Il pubblico, non sapendo del calvario di Ian, rimaneva incuriosito da quella danza strana e goffa, da quel ragazzo timido ed introverso che sul palco però diventava furia e tragedia insieme. Fino a quando, dopo un concerto a Londra nel ’78, Curtis venne colto da una crisi epilettica, e la voce cominciò a circolare, cosa che fungerà anche da (meschina) pubblicità involontaria per il gruppo che nel frattempo aveva cambiato nome nel gennaio di quell’anno: a Londra erano nati i Warsaw Pakt e così, per evitare una confusione che sarebbe potuta diventare fatale a ridosso del lancio commerciale del gruppo, il nome si tramutò in Joy Division. “Joy Division” (letteralmente “Divisione della Gioia”) era il nome con cui i gerarchi nazisti identificavano i gruppi di deportate ebree nei lager adibite al loro soddisfacimento sessule. Il nome venne scelto dallo stesso Curtis dopo averlo scovato in un romanzo, “The House of Dolls” di Ka Tzetnik (da cui Ian prese spunto anche per il testo di “No Love lost”). E come era prevedibile i giornalisti accusarono violentemente il gruppo di filo-nazismo (ricordiamo che i Sex Pistols avevano appena esposto una svastica nei loro concerti), episodio che comunque fungerà anch’essa da pubblicità, come per l’epilessia di Curtis.

Il gruppo era ancora indeciso se cambiare nome o meno ma Curtis si oppose tenacemente, più che altro per un sentimento di sfida verso la critica che non era mai stata troppo benevola nei loro confronti fino ad allora. Come potete notare anche agli albori del gruppo l’alone di tragedia si respirava già, si intravedeva un destino macabro ed ironico allo stesso tempo, dato che la pubblicità iniziale si basava proprio su queste due tematiche, una tristissima e reale (l’epilessia di Curtis) e una inventata quasi per caso (il nome filo-nazista scelto dal gruppo). L’ultimo tassello di questa malsana pubblicità si consumerà il 18 Maggio del 1980, ma ci arriveremo dopo. I tempi erano ormai maturi per il salto di qualità: dopo una inconcludente avventura con la casa discografica RCA e col produttore John Anderson, il gruppo venne contattato da Martin Hannett, guru della scena punk alternativa di Manchester, che notò gli allora Warsaw al concerto all’Electric Circus, quando fecero da spalla ai Buzzcocks, e divenne il loro produttore, dopo che Tony Wilson, altro personaggio chiave di quella scena, scritturò i Joy Division per la neonata etichetta da lui fondata, la Factory Records. Ma il sigillo di band di una certa importanza venne messo dopo che i Joy Division suonarono come gruppo spalla addirittura dei Cure di Robert Smith nello storico locale Marquee di Londra, nel Marzo del ’79. Ormai il debutto discografico era alle porte, e si concretizzò nel giugno di quello stesso anno.

“Unknown Pleasures” rimarrà uno dei più folgoranti debutti nella storia della musica, a partire dalla copertina, una delle più famose e significative del secondo novecento, opera di Peter Saville, il grafico del gruppo, dove non c’è nessun titolo, nessuna scritta, solo un immagine rettangolare in cui il gioco di nervature discontinuo e il netto contrasto bianco/nero trasmettono una sensazione di desolazione disumana assoluta e fa presagire quale sarà l’atmosfera che si respirerà una volta aperto l’album. Perché anche la veste grafica interna è scarna, spettrale, non ci sono neanche i nomi dei membri del gruppo (“Words and music by Joy Division” l’unica scritta che si può leggere, a parte i titoli), non c’è più niente da vedere, resta solo da ascoltare questi famelici piaceri sconosciuti, d’ora in poi ci sarà solo la musica a dettare le leggi di una paranoica condanna di quella cosa infima e dolorosa che è la vita, e di cui Ian Curtis è profeta e vittima in egual misura. Dopo l’uscita di “Unknown Pleasures” nel giugno del ’79, le dure critiche che per due anni avevano accompagnato i Joy Division (passando per i Warsaw) sembravano placarsi. Il disco vendette più delle previsioni (stiamo sempre parlando della Factory Records, ovvero di una casa discografica appena nata e dalle limitate capacità distributive) e il gruppo cominciò ad assaporare una certa celebrità. Divennero in breve tempo una band di culto nell’underground inglese, e i fans aumentavano progressivamente. Cominciò così una frenetica attività live: oltre a varie date nel Regno Unito, i Joy Division cominciarono un tour nordeuropeo che li vide esibirsi anche al “Paradiso“ di Amsterdam. Inoltre in questi periodi pubblicarono alcuni ep singoli, che contengono pezzi come “Atmosphere”, “Dead Souls” e “Transmission”, altri classici (e capolavori) del collettivo di Manchester (di “Dead Souls” realizzeranno una stupenda cover i Nine Inch Nails di Trent Reznor).

Ma tutta quest’attività mina seriamente le condizioni di salute di Ian Curtis: gli attacchi di epilessia si fanno sempre più frequenti, più frequente diventa anche l’abuso di droghe e alcool, e i rapporti con la moglie Deborah si fanno sempre più critici per via di una relazione extraconiugale con la giornalista francese Annik Honore, e cercheranno di risolvere i problemi con la nascita di una figlia (che chiameranno Natalie) ma è tutto inutile. Su questa delicata situazione Ian Curtis realizzerà uno dei suoi tanti capolavori, “Love will tear us apart” (“L’amore ci strazierà”) coverizzata nei live da molti gruppi (così come molti gruppi renderanno omaggio alla sua figura, fra i quali gli U2 con a “A Day without you” contenuta in “Boy”, gli stessi New Order, il gruppo che nascerà dalle ceneri dei Joy Division, con “ICB”, ovvero “Ian Curtis buried”, e i più recenti Xiu Xiu con “Ian Curtis wishlist”). Ma nonostante tutte queste problematiche, i tempi sono maturi per un nuovo album. Nel Marzo 1980 il gruppo si rinchiude negli studi di registrazione e, sempre sotto la scrupolosa produzione di Martin Hannett, danno alle stampe il loro secondo capolavoro: “Closer”. C’è qualcosa nella musica dei Joy Division che và oltre ogni limite umano. La cosa che più scandalizza è l’apatia, la distanza con cui Curtis declama i suoi tetri versi, il nichilismo, e la freddezza, con cui questo ventitreenne cesella parola per parola il mosaico del suo addio alla vita. Sapeva già tutto, “Closer” sarà ‘solo’ il suo testamento, ma tutto è già scritto, nero su bianco.

Già la copertina (scelta dal gruppo prima dell’uscita dell’album) risulterà profetica, in quanto mostra una foto realizzata sempre da Peter Saville nel cimitero monumentale di Staglieno, in Liguria, un’immagine funerea e macabra, tristemente solenne. “Closer” uscirà nel giugno del 1980, esattamente un anno dopo l’uscita di “Unknown Pleasures”. Sarebbe stato l’album della consacrazione, si stava già preparando un contratto con una major come la Warner, e a fine maggio (precisamente il 19…) i Joy Division sarebbero dovuti partire per un lungo tour in America. Ma i concerti di inizio Aprile sono estenuanti, insopportabili per il fisico malandato di Ian Curtis: il 7 Aprile addirittura il cantante va in overdose, ma il giorno dopo è sul palco per l’ennesimo concerto. Il gruppo decide di fermare la frenetica attività live per permettere al proprio leader di ristabilirsi. Ma Curtis non ha nessuna intenzione di riprendersi. Siamo arrivati al fatale quanto annunciato epilogo. Il 18 Maggio 1980 Ian Kevin Curtis si suicida, impiccaccandosi nella sua casa a Maccsfield, a soli 23 anni. Scelse “The Idiot” di Iggy Pop, l’album di debutto di uno dei suoi cantanti preferiti, come ultimo ascolto. La moglie Deborah dichiarerà nel suo libro “Touching from a Distance”, in cui racconta la storia di Ian Curtis in quei fatidici anni, che se avesse avuto l’occasione di leggere i testi di “Closer” prima di quel fatidico giorno avrebbe potuto fare qualcosa. E infatti sono palesemente chiare le intenzioni di Curtis, in quei testi lui dice tutto. Ma dubito che Deborah Curtis avrebbe potuto cambiare le cose, perché suo marito ormai aveva deciso da tempo. Nei suoi stessi diari scriverà di “non credere di vivere per molto dopo i vent’anni”.

Così Ian Curtis se ne andò, poco prima della definitiva consacrazione (“Closer” infatti uscì praticamente postumo), senza vedere la sua band entrare di diritto nell’olimpo dei grandi della musica rock nello spazio di soli due album. Lui stesso verrà giustamente annoverato fra i maggiori artisti rock, alla pari (se non oltre) dei suoi stessi miti musicali (Lou Reed e lo stesso Iggy Pop su tutti). Dopo quel 18 Maggio il mito dei Joy Division nacque, per non morire mai più. La lezione non solo musicale di Curtis servirà a moltissimi gruppi, gran parte della new wave verrà consapevolmente e inconsapevolmente marchiata a fuoco dalle sue liriche, fino ad oggi, dove per esempio gli Interpol di Paul Banks (ma voglio citare anche i Low e i Radiohead) attingono a piene mani dal repertorio del gruppo di Manchester, seppur con rigoroso rispetto, perché il rispetto per Ian Curtis, dopo la sua morte, non è mai mancato, nessuno ci ha mai speculato sopra, cosa che per esempio è successa invece ad altri martiri del rock come Jim Morrison, Jimi Hendrix e soprattutto Kurt Cobain. Gli stessi componenti del gruppo, ormai orfani del loro leader, intrapresero un’altra strada musicale sotto il nome di New Order (il nome fu deciso quando Curtis era ancora in vita, e faceva parte di un patto: se qualcuno avesse abbandonato il gruppo, i restanti avrebbero dovuto continuare sotto questo nome, appunto “Nuovo Ordine”, a testimonianza dell’importanza di ogni componente dei Joy Division nell’economia del gruppo) proponendo, fra alti e bassi, un synth pop che diventerà il marchio di una intera epoca, quella dei secondi anni ’80 (solo qualche anno dopo i Depeche Mode ne sarebbero diventati i re incontrastati).

La turbe psichica di questo fragile ragazzo dagli occhi di ghiaccio, derivata dalla sua malattia, dalla sua disillusione, da un rifiuto e un estraniamento costante di ciò che lo circondava, dall’impossibilità di varcare le soglie dell’adolescenza per diventare quell’uomo che lui non avrebbe mai voluto e potuto essere, la responsabilità di essere poco più che un ventenne ma già padre di una bambina, sfocia tutto nella tragica scelta del suicidio, destino venerato e riverito sin da giovanissimo, ultima sconfitta (o ultima vittoria) di un processo di autodistruzione continuo e devastante, un processo che nessuno potrà mai azzardarsi a giudicare, e a cui nessuno potrà mai rimanere indifferente una volta conosciuto. Perché la sofferenza non è mai stata resa così apocalittica. Chi ascolta "Unknown Pleasures” o “Closer” (in ordine paragonabili al sentimento di “Angoscia” e poi di “Rassegnazione” a questa stessa angoscia) deve anche mettere in conto che, ascoltandoli, partecipa al dolore di Ian Curtis in prima persona, deve prepararsi ad un evento traumatico e di proporzioni mastodontiche, dove non c’è nessuna via di fuga. E dovrà necessariamente portare rispetto per colui che, forse meglio di tutti quanti, ha saputo descrivere con malsana precisione i fantasmi che albergano in ognuno di noi (possiamo ritenere superiore a Ian Curtis in questa speciale ‘classifica’ solo Nick Drake e, in maniera ancora più apocalittica, Nico), quelli con cui facciamo i conti ogni giorno, che nascondiamo a noi stessi per sopravvivere, scendendo a compromessi col nostro malessere. Quei compromessi che Ian Curtis non ha mai cercato di fare. Esattamente 27 anni dopo la sua morte, nel Maggio del 2007, il film “Control” (realizzato da Anton Corbijn, stimato regista di videoclip) basato sulla vita di Ian Curtis, aprirà il festival di Cannes, e riceverà una commovente ovazione. Adesso il nome di Ian Curtis è sulla bocca di tutti, chi non lo conosceva è rimasto esterefatto dalla sua storia, portata sul grande schermo per la prima volta. Adesso il mondo sa. Adesso, Ian, sei diventato un dio. E gli dei sono immortali.

 

IAN KEVIN CURTIS

15-07-1956

18-05-1980

Discografia Essenziale:

"Unknown Pleasures" (1979): 8,5

"Closer" (1980): 8

"Substance 1977-80" (Rarities, 1988): 8

"Permanent" (Anthology, 1995): 7