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Massimo Volume: Racconti di Vita quotidiana

MASSIMO VOLUME

 

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I Massimo Voume di Emidio Clementi hanno inventato un nuovo filone per la musica italiana, che spazia dall’hardcore alla narrativa, diventando il gruppo più importante degli anni 90, fino al loro inevitabile scioglimento.

 

La musica italiana è da sempre stata poco incline a consegnarci capolavori che andassero oltre i confini nazionali, o che almeno potessero essere paragonati ai grandi album internazionali. Per fattori puramente linguistici, la musica made in italy rimaneva vincolata alle sue stesse radici, condannata ad una esplosione di notorietà circoscritta puramente ai confini del tricolore nostrano. Gli album italiani che possono competere con le grandi opere straniere sono veramente pochi, e fra questi c’è sicuramente “Lungo i Bordi“, il capolavoro riconosciuto di uno dei gruppi italiani più (giustamente) osannati di tutti i tempi, i Massimo Volume, album uscito nel 1995, considerato il miglior album della storia del rock nostrano degli ultimi 20 anni.

Era il 1991 quando quattro ragazzi si riunivano in uno scantinato a Bologna per suonare: erano Emidio Clementi (basso e voce), Umberto Palazzo (chitarra e voce), Gabriele Ceci (chitarra) e Vittoria Burattini (batteria). Possedevano una strumentazione da quattro soldi, con due vecchi amplificatori, tanto che per sentire qualcosa urlavano: “Massimo Volume, alza al Massimo Volume!“. E’ proprio di quell’anno il primo, omonimo (e introvabile) demotape dei Massimo Volume (detto “Demo nero” per via della copertina), che racchiude quattro brani, in cui si potevano già scorgere le immense potenzialità di un gruppo che spaziava dall’hardcore più incazzato al post rock più cosmico, dove però si sentiva che qualcosa stonava: era la voce di Umberto Palazzo.

Emidio Clementi era, oltre che un appassionato di musica, anche un grande appassionato di letteratura, tanto che il suo scopo era quello di unire questi due mondi tanto simili quanto lontani. Ma doveva anche fare i conti con la sua evidente incapacità canora, per cui doveva inventarsi qualcosa per soddisfare il suo desiderio, un espediente con cui potesse dar sfogo alla sua nobile creatività. Alla fine optò per il recitato. Seguendo le orme di Giovanni Lindo Ferretti, il leader degli indimenticabili CCCP il cui cantato era in bilico fra il recitato e il melodico, Clementi propose questa idea al gruppo: realizzare album molto simili a dei reading. Sarà questa idea a collocare i futuri Massimo Volume nell’olimpo del rock italiano e non solo. Dall’altra parte c’era Umberto Palazzo, chitarrista d’impronta tipicamente grunge, che non vedeva di buon occhio questa idea. L’audio tape del ‘91 mostra senza ombra di dubbio l’evidente difficoltà di conciliare il recitato di Clementi e il cantato di Palazzo, cosa che creò molti contrasti, fino all’inevitabile quanto scontrosa separazione. Il gruppo infatti scelse all’unanimità il progetto di Clementi, dando a Palazzo il benservito. Umberto Palazzo finì per sprofondare nel mondo dell’indie italiano, un mondo non sempre all’altezza della situazione, fondando i Santo Niente, un gruppo attivo praticamente solo a Pescara, che proporrà un banale grunge con risvolti dark e new wave.

Risolta la questione, i Massimo Volume diedero alle stampe il loro primo album, dopo l’ingresso nel gruppo di Egle Sommalcal, studente al DAMS e chitarrista dotato di notevole tecnica.

 


"Stanze" (Underground, 1993)

 

Stanze” uscì nel 1993, per l’etichetta Underground, e fu subito il botto. Le sonorità molto simili a quelle dei Fugazi, dei Sonic Youth, sino ad arrivare agli Slint, miste al recitato di Clementi, fecero gridare al miracolo. Mai nessuno, nè in Italia nè all’estero, propose una musica così originale. A dispetto dei Marlene Kuntz, dei La Crus e degli Afterhours, i Massimo Volume proposero una musica cruda e aspra, ma invece che immetervi testi dai risvolti tipicamente poetici (scelta quasi obbligata visto il recitato, che avrebbero fatto diventare banale la loro musica), proposero veri e propri racconti, una narrazione tout court, seguita passo per passo dalla musica a volte post-rock a volte hardcore, un mix perfetto, reso tale grazie al notevole talento di ogni singolo musicista. In “Stanze” convergono sonorità aspre con testi altrettanto aspri e diretti: la sfuriata harcore di “Stanze“, dove canta anche la Burattini (definita la Moe Tucker italiana), l’alienazione di “Insetti“, il minimalismo di “Alessandro“, che narra di un ragazzo dalla turbe psichica, passando per la prorompente “Ororo“, la strumentale “Sfogliando: ‘l’Amore è un cane che viene dall’Inferno’ ” (citazione a uno dei loro idoli, Charles Bukowsky), l’emarginazione di “Ronald, Tomas e io“, fino ad arrivare alla scheggia “15 di Agosto“, e alle abitudini giornaliere di “In Nome di Dio“. E’ l’alienazione il tema principale dei testi di Clementi. Narrando banali fatti di vita quotidiana, Clementi compie una vera e propria operazione chirurgica nelle nostre menti, andando a rendere assurde le più banali convinzioni, facendo aprire gli occhi su quanto sia vuoto è inutile tutto quello che ci circonda. “Seduto sul bordo della vasca da bagno, osservo piccoli animaletti, muovono le loro antenne tra capelli morti e peli di cazzo, sembrano provarci gusto. Poi il loro vagare alla ricerca di nonsoche, mi ricorda qualcosa di gia’ visto, qualcosa di ridicolo e deprimente” (da “Insetti“): questo è un po’ il verso-emblema dei Massimo Volume di “Stanze“, in cui è chiara l’efficacia dei testi, senza mezzi termini si narra di cose normali, rendendole anormali. Oppure in “15 di Agosto“, dove c’è un solo verso: “E’una tradizione nell’hotel in cui lavoro, il 15 di agosto con i clienti già seduti a tavola per la cena si spengono improvvisamente le luci in sala.

Stanze” fu un successo, e i concerti lo testimoniarono, tanto che i Massimo Volume vennero messi sotto contratto da una major come la WEA. Nel frattempo gli ascolti dei due leader del gruppo, Clementi e Sommalcal, virarono verso una musica più pacata e minimalista. La naturale evoluzione di “Stanze” avrà luogo così nel successivo album, considerato il capolavoro dei Massimo Volume e anche della musica italiana di fine secolo.

 


"Lungo i Bordi" (WEA, 1995)

 

Emanuel Carnevali era uno scrittore nato alla fine dell’800, ed emigrato in America in giovane età, dove fece i lavori più umili, vivendo in condizione di miseria assoluta. Morì l’11 Gennaio del ‘42 per una grave forma di encefalite, in un ospedale vicino Bologna. Scrisse un unico romanzo, intitolato “Il Primo Dio“. E “Il Primo Dio” è anche il titolo del brano che apre l’album, omaggio di Clementi, oltre che allo stesso Carnevali, anche ad Arthur Rimbaud. Già dai primissimi secondi si capisce che il sound si è calmato, come se la rabbia dovuta alle banalità della vita di “Stanze” si sia pacata in una malinconica accettazione della propria condizione. Stesso discorso per la successiva “Lungo i Bordi” dove anche qui la narrazzione tout court sembra non esserci, declamando l’inesorabile passare del tempo. Ma è con “Inverno 85” che i Massimo Volume tornano a narrare schegge di vita quotidiana, con il laconico recitato di Clementi, un attacco da brividi per un pezzo considerato uno dei migliori dell’intera produzione del gruppo emiliano, in cui viene citato lo scrittore e musicista americano Jim Carrol: “Per tutto l’inverno dell’85 ho passato i pomeriggi di fronte allo stereo di mio fratello, ascoltare Wicked Gravity di Jim Carrol. Mi muovevo al ritmo della musica, immaginando il modo in cui lui poteva muoversi (…) Tutto quello che avrei voluto era essere lui nell’attimo in cui canta . Credo che in quel periodo la mia vita fosse tutta li“. E dopo l’apocalittico “Frammento 1″ arriva la narrazione da film horror di “La Notte dell’11 Ottobre“, paranoia pura scaturita da ricordi alterati, stato d’ansia prossimo al collasso (“Improvvisamente stanotte la stanza s’è riempita dei miei amici d’infanzia, ognuno di loro teneva con una mano quello che restava dell’altro braccio amputato fino al gomito“). Nell granitico riff di “Fuoco fatuo” Clementi parla con Leo, un suo amico realmente esistitente, chiedendogli insistentemente: “Leo, è questo che siamo?“, ponendosi domande su dove sia il senso di ciò che facciamo e di quello che circonda. L’atmosfera jazzante di “Per farcela” è una confessione di omicidi mai commessi, e di quanto sia sottile il confine fra colpevolezza e innocenza, fino all’amara previsione. L’hardcore di “Stanze” sembra tornare prepotentemente in “Meglio di uno Specchio“, dove si narrano i conflitti e le banalità di una coppia, attraverso fatti tragicamente realistici, il trascinante ritmo della Burattini fa da spiano al film, perchè ascoltare il pezzo è come guardare un film su tradimento e vendetta. E la narrazione puramente cinematografica ha il suo apice in “Pizza Express“. Questo è a mio parere il pezzo più efficace dell’album, non tanto in merito ad un discorso di pura bellezza, ma al fattore-curiosità che esso ha innato. Ascoltare “Pizza Express” è come guardare un film di Lynch, con tanto di misteri e atmosfere lugubri. Fino all’enigmatico finale. E dopo il breve inframezzo “Da Qui” (che darà il titolo al successivo album), che narra dell’alienazione di una vita vissuta in posti dimenticati da Dio, arriva l’intro jazzante di “Nessun Ricordo“, con sfuriate hardcore a seguire, e una frase ripetuta: “Solo la precisa coscienza nella tua mano chiusa a pugno che cerca disperatamente di fermare qualcosa che sta accadendo dentro nel corpo“. E con la conclusiva “Ravenna“, perfetta col suo incedere nel chiudere un discorso aperto con “Il Primo Dio“, termina l’ascolto (e l’esperienza visiva) di questo capolavoro italiano.

Lungo i Bordi“, che è stato realizzato con la collaborazione artistica di Faust’o (Fausto Rossi), lascerà un solco profondo nel rock alternativo made in Italy, vero apice di quella cultura indie che ha spesso solo deluso. Da “Stanze” il sound si è pacato, rallentato, in poche parole evoluto. E questa fantastica evoluzione trova il suo definitivo compimento nel successivo album, per cui era prevista addirittura la collaborazione con un mostro sacro come John Cale, poi sfumata purtroppo.

 


"Da Qui" (Mescal, 1997)

 

Aggiunto al gruppo un nuovo chitarrista, Metello Orsini, “Da Qui” nasce completamente in studio, grazie anche alla collaborazione con Steve Piccolo, ex-Lounge Lizards. Naturale preseguimento del discorso aperto con “Stanze” e continuato con “Lungo i Bordi“, “Da Qui” divide in parte la critica, in quanto è considerato da alcuni il miglior album realizzato dai Massimo Volume. E per motivi precisi. Ascoltare “Da Qui” è come osservare una mostra di quadri, 11 ritratti proposti con una connessione logica. La cura dei dettagli è diventata maniacale, la musica è sempre più minimalista e sempre più ricercata, i testi di Clementi si fanno sempre più cupi e introspettivi, in alcuni casi ascoltare “Da Qui” è come leggere un romanzo. Dopo l’intro di “Manciuria: l’ultimo John Ford” si passa ad una vera opera autobiografica, “Atto definitivo” (la canzone inizia con questo verso: “Il periodo in cui componevo ‘Atto definitivo’ fu tra i più difficili“), due accordi reiterati da base, e divagazioni psichedeliche delle altre chitarre per un altro piccolo capolavoro del gruppo. Il breve monologo minimalista di “C’è Questo Stanotte” da spazio alla narrazione di “Senza Posto dove dormire“, dove il suono sembra tornare arrabbiato, dove Clementi narra della disperazione di una vita senza approdo, della rabbia dovuta al sentirsi solo, di viaggi per perdere se stessi, fino al tragico epilogo. La successiva “La Città morta“, vera trasposizione della malinconia in musica, parte con un piglio quasi alla Pink Floyd, per poi dar spazio a dolci accordi e al recitato di Clementi, sempre più perfettamente calato nella parte del cantastorie tragico e solitario, in preda ai suoi ricordi sempre più amari. La ‘cosmicità’ di “Sotto il Cielo” (il pezzo più lungo per il testo più corto) culla ingenuamente l’ascoltatore fra delicati arpeggi di chitarra e strani rumori in sottofondo, una vera e propria suite sulla tristezza e solitudine, un uomo solo al cospetto dell’immenso cielo. Si prosegue con le domande senza risposta di “Sul Viking Express” e la relativa calma di “Qualcosa sulla Vita“, dolce ballata di banalità e ricordi. La prorompente “Avvertimento” (quasi una denuncia al razzismo) e la psichedelica “Manhattan di Notte” fanno da introduzioni al capolavoro dell’abum, “Stagioni“, un pezzo differente dagli altri, che riesce a chiudere ideologicamente tutti i discorsi lasciati in sospeso con le precedenti 10 tracce, un incedere molto marcato, deciso, una chitarra acustica suonata nervosamente, malinconica ed emozionanate, la narrazione di Clementi, sempre più perso nei suoi amari ricordi di gioventù.

Con “Da Qui” i Massimo Volume avevano ormai terminato senza appello il loro processo di perfetta evoluzione, con cadenza biennale il loro post rock è nato (con “Stanze“), è cresciuto (con “Lungo i Bordi“) ed è diventato adulto (con “Da Qui“). Il più grosso errore dei Massimo Volume sarebbe stato quello di proporre per il quarto album una ulteriore evoluzione della loro proposta, facendo diventare quindi il sound vecchio, oltrepassato. Ma forse sarebbe stato meglio, perchè il gruppo ha cercato di cambiare rotta di evolversi verso territori inesplorati, tentando di celare una incapacità creativa autocreatasi dalla loro stessa tipologia musicale, troppo particolare per essere soggetta ad altre sperimentazioni. Il gruppo realizzò così l’album peggiore, e la definitiva conferma (almeno ideale) che i Massimo Volume avevano terminato la loro avventura.

 

 

"Club Privè" (Mescal, 1999)

 

Con la partecipazione di Cristina Donà, del leader degli Afterhours Manuel Agnelli e ancora per una volta di Steve Piccolo, i Massimo Volume realizzano quello che sarà giudicato il loro peggiore album, e da alcuni etichettato come uno dei peggiori album realizzati in Italia. La voglia del gruppo di cambiare direzione ha urtato violentemente contro la loro incapacità di creare qualcos’altro di ugualmente avvincente e ricercato. Di “Club Privè” forse solo due brani si possono salvare, l’iniziale “Pondicherry” (anche se è nulla rispetto alle prime invettive musicali del gruppo) e la sporca “Seychelles ‘81” (cantata da Manuel Agnelli), per il resto è tutto da buttare. Clementi tenta addirittura di cantare in qualche brano, una lieve vocina che cerca di combinare qualcosa, ma il suo tentativo rimane invano oltre che maldestro e in alcuni casi improponibile. La virata verso testi più dedicati a sentimenti nobili quali l’amore fa scadere in modo irrimediabile il loro post-rock, ora diventato un improponibile pop rock dalla sperimentazione effimera e scadente, una musica diventata ormai quasi (e dispiace dirlo) ridicola.

 

 

Dopo 4 album in otto anni, usciti tutti con cadenza biennale, dopo aver lavorato alla colonna sonora del film di Alex InfascelliAlmost Blue“, dopo la collaborazione fra Clementi e Manuel Agnelli (che darà vita al progetto “Gli Agnelli Clementi“, testimoniato da un live omonimo allegato al mini-romanzo di Agnelli intitolato “Il meraviglioso Tubetto“), il 28 Gennaio del 2002 i Massimo Volume si guardano allo specchio, come in una loro nota canzone, e decidono di sciogliersi, causa principale l’esaurimento di ciò che avevano da dire e suonare. Nello spazio di tre album hanno avuto il gran merito di innalzare fino a raddoppiare il livello qualitativo della musica alternativa italiana, proponendo una musica nuovissima e freschissima, irripetibile nella sua originalità. E il clamoroso passo falso di “Club Privè” ha testimoniato che il binario della loro proposta era ormai morto. Attualmente solo gli Offlaga Disco Pax hanno saputo reinterpretare con successo la proposta dei Massimo Volume, virando però sull’elettronica, e su una ironia di fondo e politicismo tipicamente emiliani.

Clementi darà vita al progetto El Muniria con Dario Parisini, e pubblicherà alcuni romanzi e racconti, Sommalcal suonerà con gli Ulan Bator per poi darsi alla carriera da solista, e la Burattini suonerà in due album dei Franklin Delano, per poi ritirarsi a vita privata.

Ma la loro esperienza nei Massimo Volume ha dato vita ad un caposaldo della musica italiana. Emulando grandi artisti stranieri quali i già citati Fugazi e soprattutto gli Slint, i Massimo Volume sono riusciti ad essere originalissimi con una semplicità sorprendente, e a proporre qualcosa che obbligatoriamente va ascoltato e vissuto.

Anche se non si ha un posto dove dormire.

 

Discografia:

Stanze (1993): 7,5

Lungo i Bordi (1995): 8,5

Da qui (1997): 8

Club privè (1999): 4


Umberto Palazzo ha voluto rispondere alla mie (ed a altre) critiche. La risposta la potete trovare in questo stesso sito, cliccando QUI.