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The Doors: la Leggenda che non avrà mai una Fine

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Sono considerati fra i musicisti più influenti nella storia della musica, hanno scritto canzoni che sono entrate nella cultura popolare del secondo 900 dell’umanità intera, ed erano guidati dalla leggenda del rock per definizione: Jim Morrison. Eccovi una biografia completa del gruppo che cambiò la storia della musica. Nell’anno di grazia 1967 Los Angeles (insieme a San Francisco), California, era la capitale del cosiddetto “Peace & Love”: dal ’64-‘65 in poi, e per una manciata di anni, i frikkettoni, gli hyppies, proclamavano slogan pacifisti e sessuali in ogni concerto, per strada, in televisione, alla radio, sulle spiagge, dappertutto.

Il Vietnam era dietro l’angolo, e l’LSD era ancora legale, fatto che alimentò in modo decisivo la stagione degli acidi. Era l’epoca dei signori dell’acid-rock Jefferson Airplane, il super-gruppo della dea Grace Slick, che con il loro “Surrealistic Pillow” proposero il primo inno generazionale dell’epopea lisergica “Peace & Love” (“Somebody to love”, peraltro pezzo che venne preso dal repertorio della Great Society, l’ex gruppo della Slick), era la stagione dei Grateful Dead di Jerry Garcia, che grazie alle loro performance dal vivo inaugurarono i primi concerti a sfondo prettamente psichedelico. Sarebbe dovuta essere anche la stagione dei Velvet Underground di Lou Reed, ma il loro approccio musicale troppo nobile e “underground” (se mi passate il gioco di parole) fece si che la creatura di Reed e Cale non ricevette mai (almeno in quei periodi) il giusto seguito. Dall’altra parte del mondo la coppia Mick Jagger-Keith Richards, con i loro Rolling Stones, incendiavano sia il sistema-musica che il sistema-società, con continue provocazioni e invettive, dando un nuovo significato al detto “droga, sesso e rock’n’roll”.

In quel periodo la piccola casa discografica Elektra pubblicò nel gennaio di quell’anno il primo album di un gruppo di Los Angeles, che si era però già fatto le ossa con alcune discusse esibizioni dal vivo. Il gruppo era formato da John Densmore, batterista di impronta jazz e blues ma anche abile nei ritmi latini, Robbie Krieger, geniale e capacissimo chitarrista, che sapeva spaziare dal blues al flamenco al jazz, maniacale utilizzatore della tecnica del finger-picking (o del bottleneck), Raimond Daniel Manzarek, tastierista dalle solide basi musicali classiche con una predilezione mai troppo celata per il blues e capace di realizzare anche melodici giri di basso, e infine un capellone affascinante e talentuoso come cantante, amante della poesia (in particolare Blake e i poeti maledetti francesi): il suo nome era James Douglas Morrison. I Doors (da ‘Le porte della Percezione’ di Adous Huxley e dal verso di William Blake “Quando le porte della percezione sono spalancate le cose appaiono veramente come sono, infinite”) nacquero nel settembre del 1965, all’UCLA (l’università di Los Angeles) dove Morrison incontrò il pianista Ray Manzarek, originario di Chicago, di nove anni più anziano di lui, laureato in Economia ed con una passione smodata per la musica blues e rock ma anche per la stessa cinematografia (realizzerà tre cortometraggi: “Evergreen”, “Induction” e “Who I am and where I live”). Manzarek suonava in un piccolo complessino di famiglia a Santa Monica, i Rick and the Ravens, ma la leggenda vuole che un giorno, sulla spiaggia di Venice, sempre a L. A., Morrison cantò i versi di una canzone che lui stesso aveva scritto, quella “Moonlight Drive” che andrà poi a far parte dei capolavori del loro secondo album , “Strange Days” (Ottobre 1967). Manzarek, colpito dalla bellezza dei versi e dalle indubbie capacità canore di Morrison, gli propose così di formare un gruppo musicale.

Al duo si aggiunsero poi i già citati Robbie Krieger e John Densmore, due membri degli Psychedelic Rangers, entrambi seguaci accaniti del guru Maharishi Yogi. I Doors cominciarono a suonare in alcuni locali californiani come il London Fog, nel Sunset Boulevard, e dopo nel celeberrimo Whiskey a go-go, dove si spartivano la scena con altri gruppi come i Seeds, i Love e i Turtles. Da subito furono evidenti le potenzialità del loro sound, un blues- rock potente ed evocativo, in cui (strumentalmente) l’organo di Manzarek (che doveva sopperire anche all’assenza del basso) disegnava linee melodiche ben precise di una maturità musicale già straripante, in cui la chitarra del geniale Robby Krieger arpeggiava lieve e trasognante, in un costante rapporto quasi sessuale con l’organo di Manzarek, supportata da una batteria jazz-blues (rock) che dettava leggi di una psichedelia impostata su pause e improvvise sfuriate, il tutto reso perfettamente da tappeto sonoro per i versi (e la presenza scenica) di Morrison, che con la sua voce a volte baritonale, a volte cavernosa, rude e tenera, sensuale e ipnotica, tracciava la rotta verso quelle porte della percezione definite da Blake.

Gli Album

“The Doors“ (Elektra, 1967) I Doors registrarono il loro omonimo album d’esordio in sole due settimane, sotto la mirabile produzione di Paul A. Rotchild, che li aveva contattati (sempre secondo la leggenda) dopo un’esibizione al Whiskey a go-go, in cui durante l’esecuzione di “The End”, Jim Morrison aveva cominciato a declamare i suoi versi onirici ed incestuosi, allungando di circa otto minuti il pezzo, guadagnandone però una plateale cacciata dal palco dallo stesso proprietario del locale, causa il celeberrimo verso “Father, I want to kill you, mother, I want o fuck you”. Così, in queste due settimane, negli studi del Sunset Sound Recorders, i Doors realizzarono quello che a tutti gli effetti diventerà un capolavoro (se non IL capolavoro) della storia del rock e della musica tutta. Dall’impatto sonoro devastante, proposero un’alchimia nuovissima per l’epoca in cui l’acid-rock (Jefferson Airplane) veniva sostituito da un potente blues-rock trasognante e lisergico, in cui i testi ispirati a scrittori e poeti maledetti ma anche alla beat generation (operazione simile farà anche Lou Reed con i Velvet) trovavano in Morrison il giusto cantore. “Surrealistic Pillow” (Jefferson Airplane), “Velvet Underground & Nico” (Velvet Underground & Nico) e “The Doors” uscirono tutti e tre nel gennaio del ’67, quasi a voler creare fra loro una sorta di rivalità involontaria a chi catturava con la propria musica più hyppies possibili.

Se i Jefferson vinsero nettamente la sfida (principalmente grazie al fatto che loro musica era comunque ancora legata ad un formato canzone standard, e sarà questa la causa del loro progressivo deperimento storico), e i Velvet Underground neanche la poterono cominciare, i Doors riuscirono a crearsi il proprio pubblico che aumentava con l’aumentare dei mesi. Di lì a poco sarebbero diventati fenomeno di massa in tutto il territorio americano e non solo, e i loro concerti, in cui Morrison dava bella mostra di sè sia come sciamano del rock, come dio lucertola, come divinità dionisiaca e sia anche come pazzoide drogato, non facevano altro che accrescere il mito di un gruppo che stava letteralmente distruggendo il mondo dei benpensanti d’America. La musica dei Doors venne considerata da subito come qualcosa di completamente diverso da quello che c’era in giro nella Baia in quegli anni.

Pur essendo il frutto di schemi già ampiamente collaudati (il blues, il rock e la psichedelia), il gruppo poteva vantare una personalità che nessuno potrà mai dire di aver avuto, e aveva soprattutto il Lizard King come frontman. Sulla cresta dell’onda del singolo “Light my Fire”, l’attività live del gruppo diventa frenetica e non fa altro che alimentare il mito di un gruppo-chiave di quegli anni (anche se la rivalutazione che la loro musica subirà dagli anni ’80 in poi sarà ben altra cosa) : concerti come quelli al Fillmore West, o al Matrix, veri e propri templi del rock californiano, raccolgono folle entusiaste e sbalordite, racchiuse tutte nel pugno di Morrison, vero e proprio animale da palco, dalla presenza scenica e sessuale, esoterica e devastante.

“Un concerto dei Doors è un incontro pubblico convocato da noi per una particolare discussione drammatica. Quando ci esibiamo, siamo partecipi della creazione del mondo, e la celebriamo con la folla” dichiarò in una intervista il Lizard King, conscio della sua immane influenza sui fans. Ma forse l’episodio che più di tutti fece nascere il mito-Jim Morrison più che il mito-Doors fu la famosa esibizione all’Ed Sullivan Show, in cui il cantate eseguì “Light my Fire” per intero, in barba all’esplicito divieto da parte della produzione di cantare un verso troppo ‘allusivo’ di questa famosissima canzone. Proprio in questa occasione cominciò la lotta accanita fra Jim Morrison e tutti i benpensanti d’America, una lotta che si trascinerà addirittura nelle aule di tribunale negli anni che verranno, e causerà non pochi iter giudiziari all’affascinante cantante, anche se lui stesso non ne vedrà (purtroppo) mai la fine.

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“Strange Days“ (Elektra, 1967) Sfruttando la scia di popolarità che era arrivata, i Doors registrarono il loro secondo album, “Strange Days”, uscito nell’ottobre di quello stesso anno. “Strange Days” più che un album di musica rock, è un vero e proprio concept-album, e il tema unificatore delle dieci tracce sono quei giorni strani del titolo, quasi a ricalcare quel 1968 di guerra in Vietnam, di continue sommosse popolari (sommosse più di pensiero che di fatti), di sit-in nei campus universitari. ‘Strange Days have found us’ è il primo verso dell’album, I giorni strani ci hanno trovato, così come anche l’alienazione verso questo mondo e chi lo abita (“People are Strange”).

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“Waiting for the Sun“ (Elektra, 1968) L’industria musicale è senza freni, così i Doors pubblicano il terzo album nel giro di due anni, ma “Waiting for the Sun” (uscito nel ‘68) segna l’inizio della discesa dei Doors. Se quest’album fosse stato realizzato da un gruppo ‘normale’ sarebbe un piccolo gioiello, ma realizzato dai Doors diventa una brutta battuta d’arresto e una spaventosa manifestazione della loro carenza d’idea. Nonostante l’ottima fattura di alcuni pezzi (la dolce “Love Street”, la marziale “Not to touch the Earth”, la spagnoleggiante “Spanish Caravan” e la tribale “My Wild Love”), l’album non fa né vedere né intravedere le tematiche che avevano reso leggendari i primi due album, adesso le frasi sono confuse e senza senso, fino a straripare nel ridicolo (il titolo dell’ultimo brano, “Five to One”, è una patetica citazione alla masturbazione). Nell’album vi è ‘The Celebration of the Lizard’, il famoso poema scritto da Morrison (di cui il brano “Not to touch the Earth” è il prologo musicale) che gli varrà il soprannome di The Lizard King.

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“The Soft Parade“ (Elektra, 1969) “The Soft Parade” (1969) mostrerà impietosamente un gruppo che era diventato ormai solo la parodia pop di se stesso. È l’album peggiore dei Doors, anche se racchiude un pezzo, la title-track, che sembra voler far rivivere i fasti di “The End” e di “When the Music’s over”, un brano lungo e articolato in tre suite, in cui il Lizard King sembra essere tornato se stesso anche se per solo una manciata di minuti, ma tolto questo brano, l’album vivacchia su un blues-rock che ha poco di psichedelico e molto di pop, pop peraltro povero di originalità (il singolo “Touch me”, anche se di successo, ne è una dimostrazione lampante). E la crisi di idee coincide (probabilmente ne è anzi la conseguenza) con la vita ormai dissoluta e autodistruttiva di Morrison, sempre più alienato sia fisicamente che psicologicamente dalla realtà, vittima dei suoi eccessi in alcool e droghe: il primo marzo di quell’anno Morrison dopo un concerto passato ormai alla storia, sventola il pene in pubblico, e viene arrestato sul palco, con l’accusa di oscenità in pubblico. È l’inizio del calvario giudiziario del cantante.

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“Morrison Hotel“ (Elektra, 1970) Con “Morrison Hotel” (1970) i Doors sembrano gettare la spugna per quanto concerne la psichedelia, e si dedicano più alla potenza del loro sound, facendolo divenire quasi hard rock. È un altro fallimento, anche se parziale, visto che l’album ha delle chicche degne di nota come “Roadhouse Blues”, che diventerà uno dei classici dei Doors, ma anche “Waiting for the Sun” (a citare il loro terzo album), una marcia tetra e oscura, passando per la fumosa “Queen of the Highway” e la rockeggiante “Land Ho!”. Ma nonostante i questi vani tentativi di ripresa, tentativi che miravano a rimodellare il loro sound per i tempi che verranno, i Doors venivano già surclassati da altri idoli che peraltro avevano preso appieno dai due primi album dei Doors: Lou Reed, David Bowie, i Led Zeppelin, Jimi Hendrix stavano facendo capire cosa doveva essere il rock, e Jim Morrison sembrava non farne più parte ormai. Ma proprio quando la loro capacità di evoluzione sembrava ormai destinata a rimanere un fantasma ecco che i Doors tirano fuori dal cilindro un colpo che spiazza più o meno tutti.

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“L. A. Woman“ (Elektra, 1971) Figlio anche della decisione ormai irrevocabile di sciogliere il gruppo, “L. A. Woman” (1971) mostra tutti e quattro i componenti perfettamente tirati a lucido. Jim Morrison, con qualche chilo in più ed una lunga barba, ormai perfettamente calato nelle vesti di sciamano-eremita, è ormai consapevole della sua distruzione anche storica, e realizza un lavoro sincero e poco velleitario, che proprio per questi fattori risulterà il migliore dopo “Strange Days”. Basterebbe solo l’ascolto di “Riders on the Storm” per soddisfare la nostalgia di Doors dovuta ai precedenti tre album, un brano che riesce a riprendere i temi dei due capolavori doorsiani per eccellenza (“The End” e “When the Music’s over”) stavolta evolvendoli con pieno successo, la poesia è finalmente tornata tutto d’un botto, così come le atmosfere cupe e rarefatte di malessere interiore.

È il vero testamento spirituale di Morrison (morirà infatti qualche mese più tardi), il cantante declama di questi “cavalieri della tempesta” e delle loro possibilità di redenzione. La sezione strumentale è tornata quella d’un tempo, perfetta nel ritmo jazz di Densmore, nella chitarra trasognante di Krieger, e soprattutto nelle tastiere ‘piovose’ di Manzarek, vero fulcro del brano assieme alla voce di Morrison. L’album denota altri piccoli capolavori (stupendi anche se non certo all’altezza dei primi brani del ’67 dei Doors), prima fra tutte la title-track, una carovana intensa e suggestiva che trascina l’ascoltatore col suo ritmo blues, ma anche la carica di sessuale oscurità di “Crawlin’ King Snake” (ennesima idolatrazione sessuale di se stesso) e la denuncia da film horror di “L’America”.

Il sound è diventato più sporco, così come la voce di Morrison (devastata dall’alcool), e nell’album vi sono anche altri apprezzabili brani (“The Changeling”, “Hyacinth House”, il singolo “Love her madly”). La Fine Ma la ritrovata verve non arresta il processo di autodistruzione di Morrison: il 3 luglio 1971 viene trovato morto (sembra) per arresto cardiaco, a 27 compiuti, nella vasca da bagno del suo appartamento a Parigi, dove si era trasferito con la moglie Pamela dopo la registrazione di “L. A. Woman”. La sua morte venne resa nota due giorni dopo, con il funerale già svolto per pochi intimi. Venne seppellito nel cimitero di Perè Lachaise, affianco ai suoi miti letterari come Baudelaire, Wilde, Balzac, Proust.

Questa fu la sua ultima dichiarazione alla stampa: “Per me non si è mai trattato di un’esibizione, di una cosiddetta performance. Era una questione di vita e di morte, un tentativo di comunicare, di coinvolgere molte persone nel privato mondo del pensiero”. Adesso la musica era veramente finita… Così se andò l’anima dei Doors. I tre superstiti cercarono di andare avanti, si pensò di ingaggiare Iggy Pop per sostituire il Lizard King, un progetto mai realizzato, e che neanche sarebbe potuto essere tale, vista la monolitica presenza del fantasma di Morrison. Realizzarono un paio di mediocri album (“Other Voices” del ‘71 e “Full Circle” del ‘72) per poi arrenderesi all’evidenza che senza il loro frontman rimaneva ben poco, oltre alle indubbie doti musico-strumentali.

Nel 1978 pubblicarono “An american Prayer”, un album che racchiudeva le poesie recitate dalla voce dello stesso Lizard King con il sottofondo sonoro dei tre Doors, un album fra i più visionari della storia della musica (anche se di una visione puramente commemorativa), un vero ed autentico viaggio nell’universo morrisiano, ultimo testamento lasciatoci in eredità da Morrison (e anche dai Doors). Agli inizi degli anni 80 la musica dei Doors subì una improvvisa rivisitazione che accrebbe il mito-Doors fino a farlo diventare ormai immortale, grazie anche forse all’utilizzo di “The End” nella colonna sonora del capolavoro di Francis Ford Coppola “Apocalypse Now” del 1976. Vennero realizzate raccolte, speciali, film (il discusso “The Doors” di Oliver Stone del ’91, a mio avviso perfetto nel rendere l’idea del mito dei Doors, anche se storicamente falsato ed eccessivamente pompato), magliette, posters e addirittura musei.

Jim Morrison rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo come il mito per eccellenza della storia del rock, il king per definizione, assieme ai vari Hendrix, Cobain e Lennon. I Doors furono tanto abili nel proporre una nuova musica quanto incapaci nell’evolvere quello che loro stessi avevano inventato, questa è forse l’unica critica che si può muovere al quartetto di Los Angeles. Ma la musica dei Doors ha il grande merito di soddisfare tutti i gusti musicali, dalla teenager più arrapata al discotecaro più ripugnante fino al peggior rockofilo con la puzza sotto il naso. Per il resto le note di “The End”, di “When the Music’s over” e di “Riders on the Storm” torneranno sempre in mente nel ricordo di quegli anni di fuoco. E il suo incontrastato sovrano dorme adesso affianco ai suoi maestri.

 

Discografia Essenziale

- "The Doors" (1967): 9,5

- "Strange Days" (1967): 8,5

- "Waiting for the Sun" (1968): 7

- "The Soft Parade" (1969): 5,5

- "Morrison Hotel" (1970): 6

- "L. A. Woman" (1971): 7,5

- "An American Prayer" (1978): 8