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Velvet Underground: una Banana per cambiare la Storia

velvet underground Tutto ciò che ascoltate arriva dal 1967. Arriva da una banana. La banana più famosa della Storia.

La banana più famosa della storia (del rock, del mondo, della musica, dell’arte, fate voi) uscì nell’Anno Domini 1967, alla stregua di capolavori quali “The Doors” dei Doors, The Piper at the Gates of Dawn” dei Pink Floyd, “Surrealistic Pillow” dei Jefferson Airplane, “Are you experienced?” della Jimi Hendrix Experience, “Mr Fantasy” dei Traffic, “Goodbye and Hello” di Tim Buckley, e poi nella seconda parte di “Strange Days” ancora dei Doors, “After Bathing at Baxter’s” dei Jefferson e naturalmente “White Light/White Heat“, secondo album dei Velvet Underground.

Che inizio, eh? Tutto ciò ci offre solo una vaga idea di cosa è stato per la musica (e non solo) quell’anno. Una fucina incredibile di idee, una fabbrica di sogni (e incubi), arte allo stato puro, voglia di cambiare il mondo (e ci riuscirono), di farlo proprio, di passare alla storia, di rivoluzionare tutto. In definitiva “quel” 1967 fu l’anno più importante nella storia della musica, senza ombra di dubbio.

La società americana “artistica” si divideva un due strati, come si divide il pianeta terra: c’era la superficie, bella e soleggiata, e c’era il sotto terra, le caverne, l’ “underground”, oscuro, tetro inferno dantesco, casa di strane creature dalle ancor più strane idee. E questo sottobosco, questo pseudo-inferno dantesco aveva nella città di New York un suo guru, un suo mentore, un suo buddha: si chiamava Andy Warhol. Nato da immigrati polacchi, Warhol divenne in quegli anni l’artista più conosciuto prima di New York e in seguito d’America, e fu la più importante figura del movimento della pop-art. Fondò diverse factories, ovvero diversi laboratori in cui lavorava alla sua arte. Era anche quello che nei nostri tempi verrebbe chiamato un “talent scout”, ovvero uno scopritore di talenti. Dalla Germania aveva portato in America una modella dalla glaciale bellezza di nome Christa Päffgen, in arte Nico (che aveva avuto anche una parte nel capolavoro di Fellini “La dolce Vita“), divenuta in breve tempo la sua musa ispiratrice.

Nel frattempo una combriccola si musicisti newyorkesi dalle idee poco rivoluzionarie e dalla vita sregolata (alcool e droga soprattutto) era entrata nella factory musicale di Warhol: erano Lou Reed (chitarra e voce), il factotum John Cale (viola, basso, tastiere e qualche volta voce), Sterling Morrison (chitarra) e colei che passerà alla storia come la batterista donna più famosa, Maureen Tucker. Reed era uno studente universitario dal passato burrascoso (i genitori, convinti della sua omosessualità, lo sottoposero a continue sedute psichiatriche e a violenti elettro-shock) che suonava canzoncine commerciali, mentre Cale era un musicista d’avanguardia allievo di La Monte Young.

Unitisi alla Tucker e a Morrison, entrarono nella factory di Warhol, e divennero in breve tempo i pupilli dell’artista grazie alla tipologia musicale che il gruppo suonava, ben distante dal “Flower Power” del momento. In quell’ambiente il gruppo trovò l’habitat ideale per sviluppare la loro dipendenza da droghe (le factories di Warhol erano anche notevoli centri di spaccio). La musica dei Velvet Underground (il nome fu preso da un libro riguardante le abitudini sessuali degli americani) colpì da subito Wahrol, musica nichilista e pessimista, ombrosa, niente a che vedere con l’ottimismo e la carica rivoluzionaria dei “colleghi” di San Francisco che stavano in quegli anni spopolando e dettando legge (Jefferson Airplane su tutti). L’artista fiutò subito il “nuovo” che potevano offrire i quattro musicisti, e si propose come produttore esecutivo del loro album d’esordio (sotto l’etichetta Verve).

Forse anche per emulare i ben più famosi Jefferson (che come noto avevano invece che un front-man come Jim Morrison per i Doors, una front-woman, la famosa e seducente Grace Slick) Wahrol impose loro la presenza di Nico. Il gruppo accettò malvolentieri quest’ordine di Wahrol (ma all’artista in quei periodi non si poteva dire di no) e cominciarono a lavorare su quello che sarà l’album più influente dell’intera storia della musica, radice di molteplici movimenti che andranno dal ‘67 fino addirittura a toccare la new wave e il punk degli ‘80.

Qui non si scherza, ragazzi. Se credete che questo sia solo uno degli album più importanti della storia dovete ricredervi. Questo è l’album più importante della storia. Abbiamo già detto della situazione: in superficie le lotte e gli hyppies, l’LSD, le canne e il sesso libero, la California e il suo sole, le sue spiagge. Sottoterra le nuvole di New York, droga (pesante), le orge, le prostitute, il nichilismo, il menefreghismo: là sotto di come andasse in Vietnam se ne fregavano altamente, era molto più importante trovare la droga. E probabilmente fu per questo che Lou Reed e la sua combriccola si unirono a Warhol, per entrare in un giro dove la cocaina abbondava. Primi concerti, qualche casino qua e là, il mito andava prendendo forma: il loro album d’esordio era già famosissimo (in quell’ambiente) prima ancora di uscire. Un piccolo calcio nel culetto da Wahrol e arriva produzione e distribuzione su media-grande scala tramite l’etichetta discografica “Verve”.

La genialità di “Velvet Underground & Nico” è, come spesso capita per questi capolavori, quasi puramente casuale. Nel gruppo c’erano due personalità forti ma dalla storia musicale ben diversa. Il primo era John Cale, gallese emigrato in America, musicista coi controcoglioni, che aveva studiato un bel po’, e suonato con personaggi di spicco della musica alternativa e non, predisposto verso musica d’avanguardia e sperimentale. L’altro era Lou Reed, mediocre chitarrista a cui interessava solo trovare i soldi per la droga, non gliene fregava più di tanto neanche della fama e della notorietà.

Il suo modo di suonare e cantare era scazzato, distante, quasi che non vedesse l’ora di finire per andarsi a drogare, un modo di suonare che, a dispetto dei suoi numerosi detrattori, farà in ogni caso scuola (e storia). E senza tralasciare gli altri appartenenti, su tutti Sterling Morrison, cresciuto a pane e Chuck Berry (il lato rock’n’roll del gruppo), o Maureen Tucker, il minimalismo in batteria fatta a essere umano, un possibile alter ego femminile di John Bonham.. Su tutti comandava Wahrol, che disse al gruppo quale strada imboccare per la loro musica (i VU cominciarono a suonare accompagnamenti musicali per i film proiettati nei suoi spettacoli, il primo film si chiamava – guarda caso – “Venus in Furs”). Reed e Cale: due personaggi, due attitudini musicali che erano una l’antitesi dell’altra.

Se ci fossero stati due John Cale la musica sarebbe stata troppo d’avanguardia e chissà cosa cazzo ne sarebbe venuto fuori (forse una mera rivisitazione del minimalismo di La Monte Young). Se, al contrario, ci fossero stati due Lou Reed avremmo avuto la brutta copia dei Beatles. E forse il controsenso storico dell’album è tutto nel personaggio di Lou Reed: scrisse lui quasi tutte le canzoni dell’album, fu lui a “inventare” quel sound sporco, cavernoso, fu lui a distorcere la chitarra in quel modo, a iniziare le fasi “raga” della musica del gruppo, fu lui a rifiutare di suonare il blues (i Velvet Underground furono probabilmente l’unico gruppo che non suonava musica palesemente derivativa del blues), fu lui col senno di poi il “colpevole” di questa immane rivoluzione. Fa un certo effetto ascoltare, preso coscienza di questo fatto, i suoi successivi album da solista, con quei sol e re maggiore ripetuti allo sfinimento, con quelle sue canzoncine pop glam o virile rock’n’roll.

Eppure è così, Lou Reed, con la sua mediocrità musicale, cambiò tutto. Ma torniamo all’album. Uscì nel gennaio del ‘67, e fu il primo album ad avere in copertina un così esplicito riferimento sessuale: quella banana sulla copertina (firmata Wahrol) aveva una scritta sopra a destra: “peel slowly and see” ovvero ”sbuccia lentamente e vedi“. Tolto un adesivo sopra la copertina del vinile, l’ignaro ascoltatore si trovava dinanzi un fallo. Svolte questa strana formalità, incuriosito posava l’album sulla piastra, posizionava la testina e si preparava ad ascoltare. “Velvet Underground & Nico“ sta alla musica rock come Mozart alla musica classica: su undici brani, almeno sette sono i capolavori, e praticamente tutti hanno condizionato in un modo o nell’altro la musica che sarebbe venuta in seguito. Non fu una rivoluzione immediata, ci sarebbero voluti anni affinché si verificasse il naturale evolversi delle cose.

La famosissima “Sunday Morning” diverrà la capostipite della ballata semplice, della ballata pop (un po’ come la “Suzanne” di Leonard Cohen diverrà la capostipite della ballata folk sofferta), pezzi come “Heroin”, “Venus in Furs” (forse il capolavoro assoluto), “Waiting for the Man” marchieranno a fuoco tutta la psichedelia a venire, dando veridicità storica e musicale al termine “raga”, “The black Angel’s Death Song” e “European Song” andranno a costruire le fondamenta primigenee del minimalismo e del noise, mentre “Femme fatale”, “All Tomorrow’s parties” e “I’ll be your Mirror” consegneranno al mondo la figura di Nico, bellissima Venere dalla voce teutonica e profonda, il cui profondo dolore ci consegnerà uno dei capolavori massimi della storia del rock, quel “Desertshore” che a sua volta inventò dal nulla la musica gotica e, col senno di poi, il dark.

E un po’ tutto l’album farà nascere in seguito anche una “certa” new wave. Insomma, se si parla di pietre miliari, si deve assolutamente parlare di “Velvet Underground & Nico”, un album sfortunato sin dagli esordi, un album che sarà valorizzato solo col passare degli anni, ma che quando nel ’67 uscì nei negozi ebbe una notevole sfortuna legata alla sua diffusione: dapprima le copie vennero ritirate dai negozi per l’elevato costo di stampa (era stato progettato un macchinario apposito per produrre in serie la copertina col conseguente adesivo), poi venne ritirato una seconda volta perché sul retro compariva una foto del ballerino Eric Emerson, a cui non erano stati pagati i diritti d’immagine. Quei pochi fortunati che, fra un ritiro e l’altro dai negozi, riuscirono a comprare l’album, andarono tutti a formare (secondo Brian Eno) un gruppo nei successivi anni.

Ma il numero di questi “pochi fortunati” era veramente basso, e “Velvet Underground & Nico” divenne un fiasco clamoroso anche se la critica lo apprezzò calorosamente, ma non bastava: Reed e soci danno il benservito a Wahrol, alle sue factories e a Nico. New York divenne ostile con loro, trattandoli quasi come dei lebbrosi, così da costringerli a trasferirsi a Boston, in quanto la loro commistione di decadentismo e innovazione venne vista come una pericolosa tentazione. In questo modo terminò la piccola odissea della banana più famosa del rock. Ma la storia continua. Il loro secondo album è frutto di molteplici fattori: i litigi sempre più frequenti all’interno del gruppo (specialmente fra Reed e Cale), una produzione da vomito (la Verve si era stancata di loro), concerti in teatri deserti (a parte le date con Frank Zappa e Mc5, esperienze fondamentali per l’evoluzione della loro musica), soldi che bastavano a malapena per droga e sigarette, il tutto consegna alla storia il loro secondo capolavoro “White Light/White Heat”.

Reed vuole fare musica più accessibile per le masse dei concerti, Cale vuole sperimentare in territori folk, Morrison è costretto malvolentieri ad abbracciare il basso, la Tucker imperterrita si ostina a stuprare la batteria con una monotematicità esasperante. Insomma, alla fine nessuno suona quello che voleva suonare: Reed reagisce alla vena folk di Cale esasperando il suono e portandolo alla cacofonia pura, Cale dal canto suo si ostina a suonare l’organo quasi disinteressato a ciò che gli altri suonavano, la sezione strumentale li accompagna come può, fino al punto in cui di rompono le palle e suonano quello che gli passa per la testa. Reed nel frattempo scrive testi sempre più osceni e tabù, in un periodo in cui i “quei” tabù non erano ancora di moda. “White Light/White Heat” (il pezzo) è la prova tangibile di tutti questi dissisi, introdotta dal canto distaccato di Reed, dopo qualche minuto parte una sorta di emulazione alla “European Song”.

L’ascoltatore è già stordito. “The Gift” è funk, è groove, è soul, è black, drum’n’base preistorico, è Cale che imbraccia per la prima volta il microfono e narra della storia d’amore di Waldo Jefferson e Marsha, e il suo tragico e ridicolo epilogo. Si prosegue con altri gioielli senza tempo, ovvero “Lady’s Godiva Operation” (dove Cale e Reed sembrano litigare per chi deve cantare), “Here she comes now” (l’unica che può ricordare uno formato canzone standard, fu scritta per Nico), “I heard her call my Name” (un proto rock e punk, un’odissea cacofonica) quest’ultima perfetto preludio all’appuntamento storico che ci aspetta: i 17 minuto abbondanti di “Sister Ray”. È questo brano la tappa storica più importante, signori, è questa “Sorella Ray” che rivoluzionerà tutto. Se la musica fosse soltanto una logica progressione di note, questa “Sister Ray” sarebbe una schifezza colossale. È invece la dimostrazione più lampante della goduria che si prova nel suonare musica, un lungo cerimoniale orgiastico di dissonanze, di feedback, di cacofonia. Mille e mille gruppi erigeranno “Sister Ray” a dea incontrastata (i Joy Division ne fecero una cover ufficiale), e mille e mille saranno i fiori che cresceranno lungo il suo cammino.

Ma questo, naturalmente, avverrà dopo qualche anno. “White Light/White Heat” vendette ancora meno del suo ben più accessibile predecessore, l’indifferenza che era già corposa divenne totale, ormai i VU erano un gruppo alla deriva, un gruppo pericoloso, come solo il nuovo sa esserlo. Al pubblico bastavano i Doors e i Jefferson Airplane, i Grateful Dead e Pink Floyd, i Rolling Stones e i Beatles, di un gruppo come i Velvet Underground che osasse talmente tanto non ce n’era (ancora) bisogno, un gruppo che era un mito per pochi. I contrasti fra Reed e Cale si inasprirono sino all’irreparabile: alla fine a cedere fu l’ego più debole dei due, quello di John Cale, che fu costretto da Lou Reed a lasciare mestamente il gruppo. Lo ritroveremo in seguito con Nico nelle registrazioni di “Desertshore”. Il cantante diviene così l’unico detentore dei diritti sul nome del gruppo, e lo sfrutta, proponendo musica completamente diversa ma sotto lo stesso nome.

Nel frattempo la Verve impone al gruppo (cioè a Reed) la presenza del bassista Doug Youle, un personaggio mai digerito dal cantante. Esce così ufficialmente il terzo album dei Velvet Underground, ma in realtà è il primo album dei Velvet Underground di Reed, e non di Reed-Cale-Morrison-Tucker, un album addirittura omonimo come lo fu per il primo (c’è un “& Nico” in meno), quasi a voler ribadire che la musica è cambiata, che si ricomincia da capo. E infatti la musica di cambiare è cambiata: adesso Reed non ha più nessuno che gli tiene testa, è riuscito a placare anche l’immane bestialità della batteria della Tucker, e può sbizzarrire la sua banale verve pop/rock’n’roll (che lo farà però diventare ben presto il padre fondatore del glam).

“Velvet Underground”, tirate le somme, è un ottimo album, preludio a cosa avrebbe combinato negli anni a venire quel santone di Lou Reed, ma resta il fatto che non è un album dei VU: solo in due pezzi abbiamo vaghi accenni dei Velvet Underground che furono, ovvero in “Beginning to see the Light” e “The Murder Mystery”, ma per il resto canzoni come la dolce “Pale Blue Eyes”, la lenta “Candy says”, il puro rock di “What goes on”, il blues di “Some kinda Love” sono ottimi brani, che non sfigurerebbero in nessuna classifica dei migliori brani degli anni 60, perfette hit che fecero impazzire gente del calibro di David Bowie, ma che non hanno niente e a che vedere con l’incalcolabile carica rivoluzionaria che solo il binomio Reed-Cale ha saputo creare.

E la storia non cambia, anzi peggiora, con il successivo “Loaded”, altra raccolta di canzoni pop-rock (che però diverranno dei classici, su tutti “Sweet Jane” e “Rock’n’Roll”) da fare invidia ai Beatles (i Fab Four comunque sia non arriveranno neanche a toccare la mediocrità musicale di Reed), ma la situazione all’interno del gruppo era cambiata: la Verve impose a Reed che il nuovo frontman dei Velvet Underground doveva essere Doug Youle, e Reed, dall’alto del suo ego, non accettò minimamente la cosa. Dopo “Loaded” alla Tucker venne dato il benservito (il più clamoroso spreco per la musica), anche Morrison si preparava ad un progressivo allontanamento dalla band, mentre Reed cercava come poteva di tener testa a quel fottuto stronzetto che cercava di fregargli il posto. Ma non ci riuscì. “Loaded” (che a tutti gli effetti è il primo album da solista di Reed) diverrà l’ultimo album dei Velvet Underground. Reed se ne andò, in cerca di fortuna altrove (e la trovò).

Il successivo “Squeeze” è un parto solo dello scarsissimo talento di Youle, buono per le vendite e per sfruttare ancora il nome dei Velvet Underground, utile nel conteggio storico ma non in quello artistico. Finisce così la storia del gruppo più influente di tutti i tempi. Lou Reed intraprenderà una brillante e fruttuosa carriera da solista che lo farà entrare (in alcuni caso anche immeritatamente) nel mito alla pari di Iggy Pop e David Bowie. John Cale, dopo l’orgiastico “White Light/White Heat” intraprenderà anch’esso una carriera da solista con molta meno fortuna del suo antagonista principale, anche se darà vita a collaborazioni importantissime, una su tutte la già citata collaborazione con Nico per “Desertshore”, ma anche con lo stesso Brian Eno.

La Tucker si trasferirà in California col marito, dove sfornerà ben cinque figli, e diventerà la cassiera di un supermercato (che spreco! che spreco!) fino a quando negli anni 80 Reed non la aiutò a pubblicare qualche album. Sterling Morrison riprese gli studi ma finirà per guadagnarsi da vivere come scaricatore di porto (altro spreco incalcolabile). I dissapori fra Cale e Reed dureranno la bellezza di 22 anni, fino al 1989, quando i due si decisero a rivolgersi la parola e a fare un album-tributo per il loro guru Andy Wahrol, morto un anno prima. Una inaspettata unione che fece da preludio alla storica reunion dei Velvet Underground, quelli originali: da metà dei settanta in poi i Velvet Underground divennero un fenomeno incontrastato, e la loro musica influenzò praticamente tutto il panorama musicale a venire, dal punk alla new wave, fino anche all’industrial, molteplici furono le uscite di live e introvabili (fino ad allora) raccolte di inediti.

Una situazione ideale per progettare questa storica reunion (datata ’94) per alcuni live, dove ancora per una volta Lewis “Lou” Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen “Moe” Tucker suonarono i loro capolavori, ancora attualissimi. Purtroppo Nico non poteva esserci: morì nel 1988 per una banale caduta da una bicicletta. E ancora la morte fu l’impedimento alla realizzazione di un nuovo album in studio: Morrison morì nel ‘95 per cancro, l’episodio che sancirà definitivamente la fine dei Velvet Underground e li collocherà nell’olimpo del rock, nel gradino più alto. Ennesima dimostrazione che il nuovo, il diverso, fa paura, i Velvet Underground sono rimasti nell’oscurità nei loro anni di fuoco, ma andranno a influenzare tutti i settanta, gli ottanta e anche i novanta. Da qualsiasi punto in cui si ascolti la musica, il termine “Velvet Underground” sarà sempre accostato a quel punto, loro ci saranno sempre, in tutto e per tutto. Era “musica per adulti” dirà Lou Reed, ma sarebbe stupido limitare la musica del gruppo di New York solo ad una concezione di approccio maturo alla musica: quella era musica totale, globale e incredibile. La sola “Sister Ray” sarebbe bastata a cambiare tutto, loro ne aggiunsero altri 17 di brani che non cambiarono tutto, ma fecero nascere tutto, diedero il via alla rivoluzione. Credo che sia questa la cosa che noi chiamiamo “immortalità”.

 

Discografia Essenziale

- "Velvet Underground & Nico" (1967): 9

- "White Light/White Heat" (1967): 8,5

- "Velvet Underground" (1969): 7

- "Loaded" (1970): 6,5

- "Squeeze" (1973): 3