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Ogni cosa è illuminata (Jonathan Safran Foer)

  • Scritto da Anita Magnani

ogni cosa è illuminata

ogni cosa è illuminata - ogni cosa è illuminata
Questo è uno dei rari casi in cui aver visto prima il film non toglie niente alla lettura del libro. Partendo dal presupposto che un libro è un libro e un film è un film, la cosa peggiore che un film possa fare è essere il riassunto (per forza di cose) infedele del libro da cui è tratto. Questo preambolo inutile per dire che nulla vieta in questo caso di apprezzare entrambi.

Devo confessare, prima di scrivere qualsiasi cosa, che ero scettica e anche smaniosa di leggere questo libro. Primo perché Foer è ormai un caso letterario, tanto che si sente pronunciare il suo nome perfino nelle serie televisive americane e questo fa riflettere; secondo perché è un autore talmente osannato (il Times lo ha definito “l’opera di un genio” dopo la quale “niente sarà più lo stesso”) che avevo quasi terrore ad affrontarlo. Dopo aver finito il libro mi sono chiesta le ragioni della sua popolarità. Da parte mia, avendo letto solo questo romanzo, che tra l’altro è un romanzo d’esordio, forse acerbo come tutti i libri d’esordio, non posso avanzare critiche generalizzanti. Posso limitarmi a elencare le cose che mi hanno convinto e quelle che mi hanno convinto meno.

Cosa funziona: il libro è suddiviso in capitoli (25 più il prologo) che proseguono in parallelo su due linee temporali distinte e distanti: una più recente datata 1996-98 e una più lontana che corre dalla fine del 1700 alla fine della seconda Guerra Mondiale. La struttura a matriosca dei capitoli alleggerisce la lettura, chiamando il lettore a ricomporre gli eventi come se si trovasse di fronte ad un puzzle. Il viaggio del protagonista Jonathan in Ucraina, alla ricerca di Augustine (la ragazza che durante la persecuzione degli ebrei ucraini, da parte dei nazisti, si presume abbia salvato il nonno di Jonathan dall’eccidio), che altro non è che un viaggio alla ricerca delle proprie radici (Foer è stato veramente in Ucraina a compiere ricerche sulla vita di suo nonno), si trasforma in un altro romanzo. Ci sono quindi due romanzi che si intrecciano: quello delle origini della famiglia di Jonathan e quello del viaggio dell’eroe nell’Ucraina odierna, accompagnato da uno dei personaggi meglio riusciti della letteratura contemporanea, Alexander Perchov (nel film interpretato dal cantante della band Gogol Bordello Eugene Hütz) che in teoria dovrebbe essere l’interprete dell’eroe nella sua ricerca ma che in realtà azzecca due parole su cinque. L’inglese raffazzonato (nel nostro caso, l’inglese tradotto) di Alex crea associazioni di parole che fanno letteralmente piangere dal ridere o si trasformano in neologismi inaspettati. Non oso immaginare come deve essere la lettura in lingua originale.

Cosa non funziona: in questo romanzo ci sono troppi personaggi e troppe storie da ricostruire che vengono abbandonate troppo presto dalla narrazione. Viene da chiedersi: se questi personaggi solo accennati non erano personaggi significativi allora tanto valeva non presentarli affatto anziché accennarli appena. È come se Foer avesse voluto costruire un romanzo monumentale, un affresco di famiglia, senza risparmiare nessuno. Così facendo però è come se avesse risparmiato tutti. Continui salti e buchi narrativi disorientano. Per me che non conosco la cultura ebraica è stata fatica. Foer dà molte cose per scontato al riguardo e si dilunga in fatti storici importanti ma secondari all’intreccio, che affaticano la lettura. Certo, l’ebraismo e la persecuzione ebraica non sono temi facili da trattare, c’è sempre il timore di non rendere abbastanza giustizia, credo. Questo timore è certo la causa principale di tanti fatti elencati a raffica, a mo di bollettino di guerra, più che come storia romanzata. Personalmente, se avessi avuto la maestria di firmare questo romanzo, avrei scelto di concentrarmi quasi esclusivamente sulla linea narrativa della ricerca di Jonathan e avrei fatto riaffiorare da questa tutto il resto, come, dopo tutto, avviene nella sceneggiatura del film. Per il semplice fatto che io credo sia molto più difficile trattare le tragedie osservando a distanza quello che hanno prodotto su chi è rimasto piuttosto che elencare sparatorie contornate da aneddoti scabrosi, condite di sangue a fiotti e carne putrefatta. Come i film dell’orrore tanto di moda ultimamente che inneggiano così tanta violenza da non risultare a conti fatti violenti. Meglio evocare che ostentare, questo il motto del giorno. In conclusione, un bel casino. È controproducente per me dire che ci sono libri fatti per certi tipi di lettori e libri fatti per altri, nel senso che il mio parere non serve a molto, secondo questo ragionamento. Ma pensando e ripensando a questo libro che mi ha fatto impiegare giorni di letture frammentate e di scrittura a singhiozzo (ebbene sì, ci ho messo vari round per mettere a punto questa merda che avete letto) devo concludere che questo libro mi è servito nel modo più assoluto e anzi spero che in futuro ci siano sempre più libri a mettermi sempre più in difficoltà, a farmi nascere dubbi, rabbia, fatica, perché dalla fatica si può sempre imparare qualcosa, dalla noia poco o nulla. “Fra il dolore e il nulla io scelgo il dolore”, scriveva William Faulkner.

Voto: 6,5

 

 

Info Libro:

Edito da Guanda 2004, 336 pagine