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#CoglioneSI’: 10 motivi per i quali i creativi non meritano di essere pagati

  • Scritto da Michele Ciliberti
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La campagna del collettivo Zero ha creato un’illusione collettiva per la quale tutti quelli che scrivono, disegnano o filmano, automaticamente dovrebbero meritare un premio in denaro. Il gruppo ha pubblicato alcuni video che potete vedere QUI, nei quali diversi professionisti svolgono mestieri come riparare tubazioni o aggiustare antenne,  non venendo però retribuiti. Il paragone col povero creativo è così fatto, in quanto egli riceve tali angherie quasi giornalmente.

In questa disamina, provo ad analizzare i reali motivi per i quali la maggior parte dei comunicatori non riceve compensi, né avrebbe motivo di esigerli.
Buona lettura!

1. Studi: Nella maggior parte dei casi il “creativo non pagato” ha studiato “scienze della comunicazione”, facoltà che per sua natura sforna persone insulse, intellettualmente pigre e fortemente impreparate. Quando sento la frase: “ho studiato, merito uno stipendio!”, penso a “storia del cinema”, “sociologia dei mass media” e “teoria dell’informazione”, materie che non ti consentono di esigere un compenso o comunque non fanno di te un professionista della comunicazione;

2. Competenze: il “creativo non pagato” generalmente è un incapace. Scribacchini che scrivono testi sgrammaticati e si crogiolano da Jacques Séguéla, videomaker che hanno girato un videoclip per la band del vicino di casa e si sentono Michael Mann, grafici che hanno dato luce alle locandine della birreria e si credono Armando Testa. Nessuno vi paga perché i vostri lavori sono amatoriali, vuoti, svilenti;

3. Web: l’internet ha creato abomini quali “social media manager”, “digital expert”, “web strategist” e altre etichette lavorative. Se consideri l'esclusiva gestione di una pagina facebook una professione (senza sguardo di insieme a SEO, grafica, programmazione, video editing, empatia, scrittura, marketing, informatica e soprattutto cultura generale), allora io voglio una laurea in antropologia in quanto conosco a memoria le categorie di Youporn;

4. Curriculum: il “creativo non pagato” ha un portfolio mortificante, scritto male, confuso, piatto, con la lista dei lavoretti da bar fatti dai 16 anni ai 19 anni, accenni a esperienze nel volontariato, riferimenti e parabole sulla “capacità di lavorare sotto pressione”, “capacità di problem solving” e “propensione a fare team”. È sempre esitante se nelle lingue la “A” è il valore più alto o più basso; 

5. Petulanza: il “creativo non pagato” si lamenta che non c’è lavoro, il mio estro non è compreso, nessuno mi stima per quel che valgo, tutti raccomandati, il tempo indeterminato, lo stage, il colloquio, vivere coi miei, preferisco lavorare di notte, me ne vado dall’Italia, io faccio avanguardia e molteplici altri argomenti per i quali risulta un essere insopportabile a cui non affideresti neanche il cane, perché Fido - sfinito - si suiciderebbe col proprio guinzaglio; 



6. Presenza: il “creativo non pagato” si veste come se fosse al brunch con gli amici, al circolo degli artisti o alla sua libreria del cuore. Ha la barbetta incolta e gli occhiali spessi, il tabacco in borsa e la gesticolazione nevrotica. Vive fuori contesto, esige che il mondo si inginocchi al suo ego;

7. Superiorità intellettuale: il “creativo non pagato” a inizio carriera non si sporca le mani con lavori che potrebbero compromettere il suo genio illibato. Questo aspetto - di pari passo con la sua autostima - si affievolisce con gli anni. Ciò avviene però in maniera tardiva, quando oramai ha superato i 30 e l’esperienza che non ha accumulato è oramai volata via come la sua verginità intellettuale;

8. Cazzeggio: il “creativo non pagato”, con la scusa del mondo-non-mi-capisce, non fa un cazzo tutto il giorno. Passa il tempo guardando video di animali pucciosi su youtube, facendo refresh sul sito di repubblica, mettendo mi piace alle citazioni di scrittori morti o alle foto dei tramonti fatte dall'amica fica delle superiori. Col tempo prova sempre più piacere a masturbarsi pensando a una laurea in medicina;

9. Partita IVA: il “creativo non pagato” parla di soldi come se il lavoro si pagasse al chilo. Non pensa a quanto il suo operato possa creare valore aggiunto, prestigio al brand, potenziale di mercato. “Per quel lavoro chiedo 200 euro, ti mando preventivo?”, come se fossero merluzzi al banco del pesce. Non dimostra di creare valore, lo esige. “500 euro, con un articolo in più 520. Che faccio, lascio?!”;

10. Complessità: il “creativo non pagato” reagisce in modo rammaricato e offeso quando qualcuno fa notare le sue mancanze o le pecche di una categoria, certamente spesso bistrattata, ma che generalmente fa poca autocritica. Non migliora, né utilizza lo spirito critico per riflettere su se stesso. La sua arroganza va di pari passo al suo astio nei confronti dell’ambasciatore, che di certo non porta mai pena.