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John Freeman, Lezioni Urbinati 2012 @ Urbino

freeman urbinoA Urbino, quando organizzano un evento, tocca arrivare due ore prima per prenotare un posto. Il che può voler dire solo due cose: o c’è grande partecipazione, o le aule sono troppo piccole.

Adesso capisco come mai in Ateneo manchi una Facoltà di Architettura: le misure non le sanno prendere. O magari sono io che ho una percezione deformata del concetto di “Aula Magna”. L’aula Magna di Collegio Raffaello, che ospita l’evento di oggi - per carità, bellissima stanza - pare più una “grotta” che non un Aula, soprattutto Magna. Capienza di una cinquantina di posti, praticamente priva di finestre, conta una percentuale di ossigeno pari a quella della Fossa delle Marianne. Ma, al di là del primo impatto con l’ambiente, l’evento che vede protagonista uno dei più acclamati critici letterari attualmente in vita, promette bene.

John Freeman, direttore della Rivista Letteraria “Granta”, famosa per essere fucina di lancio di nuovi talenti letterari - basta ricordare scrittori come Jonathan Frantzen e Salman Rushdie - è a Urbino per presiedere alle famose “Lezioni Urbinati”: due giornate, quella di oggi giovedì 22 e di domani venerdì 23 novembre, dedicate all’approfondimento di Philip Roth, Don DeLillo, David Foster Wallace, Jonathan Safran Foer, Mo Yan e Antonia S. Byatt. E già viene da svenire. Si aggiunga all’emozione la mancanza di ossigeno della stanza a cinquanta gradi e qualche annebbiamento temporaneo è inevitabile.

“Mi sto sforzando di capire” è appunto il commento a dieci minuti dall’inizio che sento pronunciare la ragazza davanti a me. Incoraggiante, penso. Perché Freeman, dopo i classici convenevoli di rito, parte in quinta, seguito non proprio a ruota da un interprete evidentemente emozionato. Sono queste le occasioni in cui ci si pente di non aver studiato abbastanza l’inglese.

Ma le iniziali facce sconvolte e il momentaneo audio precario lasciano subito spazio a due ore ininterrotte di masturbazione letteraria, che vedono protagonista il binomio assassino Roth-DeLillo. L’inevitabile ricostruzione biografica degli autori sfocia in un’analisi delle loro opere, passando per l’approfondimento di tematiche comuni, i caratteri del linguaggio, lo studio dei diversi background che hanno portato i due alla scrittura.

L’opera di Philip Roth, che sorprende e sfinisce allo steso tempo, viene equiparata a una gita sulle montagne russe, “come un litigio in cui alla fine, esausto, dici: ok, ho finito”; mentre di DeLillo viene elogiato lo stile diretto, quel realismo post-bellico che ha reso famoso anche Thomas Pynchon. La grandezza di DeLillo sta tutta nella sua capacità di descrivere l’America come un “grande computer inceppato”, affetta da asfissia momentanea.

Una pausa per il pranzo e si riprende nel pomeriggio con Wallace e Safran Foer. L’atmosfera è più rilassata e Freeman coglie l’occasione per ringraziare dell’invito: “è un piacere poter parlare degli scrittori che amo”. Per noi è un piacere ascoltarti parlare degli scrittori che ami. Siamo pari. Con un linguaggio pulito, mai retorico e dal tono sicuro, il critico americano passa dal post-guerra al post-moderno senza scomporsi.

E arriviamo a David Foster Wallace, la rock star della letteratura, un Kerouac più esistenzialista che Freeman definisce un “burocrate del linguaggio”, un analista, torturato e ossessionato dalla realtà “come da un tornado”.

La giornata si chiude con il prestigiatore della realtà, Jonathan Safran Foer, lo scrittore che riesce a parlare con leggerezza delle tragedie quotidiane.

Una menzione speciale per Toni Morrison (a cui viene cambiato il sesso dall’interprete), scrittrice indiano-americana non debitamente tradotta all’estero. Perché per Freeman la letteratura è ed è sempre stata globale.


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